“Psyco” di Alfred Hitchcock, il Maestro del brivido

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"Psyco" di Alfred Hitchcock

Basato sul romanzo di Robert Bloch – precedentemente pubblicato in Italia con il titolo “Il passato che urla” e riadattato al grande schermo dallo sceneggiatore statunitense Joseph Stefano – “Psyco” di Alfred Hitchcock è una delle sue pellicole di maggior successo, la cui colonna sonora carica di suspense fu composta da Bernard Herrmann. A causa della volontà di evitare sprechi di tempo e di denaro – invero la pellicola fu prodotta con un budget di soli $800.000 e ne guadagnò circa 50 milioni – il regista inglese decise di servirsi della troupe della sua serie antologica “Alfred Hitchcock Presents”, ma nonostante ciò, ancora una volta, il “Maestro del brivido” stava tracciando la storia del cinema.  

Marion: un falso protagonista 

Phoenix, Arizona. Venerdì 11 dicembre, ore 14.43. Una carrellata aerea porta lo spettatore in una camera d’albergo. Qui, colei che viene presentata come la protagonista della pellicola, Marion Crane (Janet Leigh), insieme al suo amante Sam Loomis (John Gavin), introduce due tematiche della pellicola: la sessualità e la morte. La prima è evidenziata dal rapporto dei due innamorati, mentre la seconda dal dialogo degli stessi riguardo la madre dell’una e il padre dell’altro, entrambi defunti. Seguono le vicende di Marion: ruba del denaro, viene controllata da un poliziotto, cambia auto e finisce al Bates Motel. Tutti questi eventi fungono, in realtà, da introduzione al vero protagonista della storia: Norman Bates (Anthony Perkins), proprietario del motel, nel quale si fondono le tematiche.

Il cambio del ruolo principale viene dato dall’imprevedibile, ma ormai storica, scena della doccia: il giovane uccide la donna, eliminando quindi già a metà film la “falsa” protagonista e sostiutendola nel suo ruolo. Da questo momento in poi, è evidente che il pubblico viene solo disorientato dagli elementi iniziali. Si trova di fronte a false piste, accantonate dalla morte di Marion. Di conseguenza, è difficile distinguere tra ciò che è vero, reale e ciò che invece è solo apparenza. 

“Psyco” di Alfred Hitchcock. Il tema del doppio 

«Cominciò a pensare e a parlare come lei. A darle metà della sua vita, per dir così. A volte poteva assumere le due personalità, fare delle conversazioni. Altre volte, invece, la metà madre prendeva il sopravvento, non era mai solo Norman ma era spesso solo la madre. […] Egli faceva semplicemente tutto il possibile per mantenere in lui l’illusione che sua madre fosse viva e quando la realtà diventava troppo invadente, […] lui si travestiva, […] tentava di trasformarsi in sua madre» – Fred Richmond. 

Rifacendosi al discorso dello psichiatra Fred Richmond (Simon Oakland), dopo l’arresto di Norman, è possibile evidenziare alcune sue particolarità. Lui, che nel romanzo è rappresentato come un uomo di mezza età, grasso e calvo, è un esempio di dissociazione della personalità. È diviso in due, un doppio: sé stesso e Norma, sua madre. Lei viene descritta come una donna egocentrica, per la quale Norman provava un amore morboso. Perciò la metà della mente del protagonista che la personifica è spesso più forte di quella di Norman stesso e lo porta a vivere la sessualità come peccato.

Infatti nel momento in cui prova attrazione per Marion, sua madre non può far altro che eliminarla per evitare che Norman perda la sua innocenza.  È chiaro che l’opera cinematografica mette in rilievo degli aspetti della psiche profondi e oscuri, la duplicità tra bene e male, normalità e pazzia, purezza e peccato. Ricorre, infatti, la presenza di specchi che sottolineano la dualità e la consapevolezza di sé, ragion per cui è stata considerata come primo thriller psicoanalitico

La dualità del bianco e nero e della psiche umana 

La duplicità è sottolineata anche dalla scelta tecnica del bianco e nero. Un ritorno alla tradizione nel periodo del Technicolor, ma ovviamente non si tratta di una casualità. Oltre ad avere una motivazione estetica, il ricorso al bianco e nero è importante per evidenziare la differenza tra le luci e le ombre, per incrementare il chiaroscuro. È interessante notare come spesso il viso del protagonista venga tagliato a metà: una parte in luce e una parte in ombra, una parte bianca e una nera, ancora una volta a sottolineare la psiche di Norman. Questa differenza ricorre anche in Marion, la quale viene presentata nella sua purezza d’animo finché non ruba del denaro. In effetti nella prima scena, indossa un reggiseno bianco, indice della sua onestà. Invece, quando si trova al Bates Motel e si spoglia, spiata da Norman, ne indossa uno nero che mette in rilievo il suo peccato.  

Il contrasto tra bianco e nero riesce a dare più drammaticità alle scene. Un esempio può essere l’assassinio di Marion: quando viene accoltellata, si vede il suo sangue scorrere nel cerchio dello scarico. Se resa a colori, la scena sarebbe stata considerata più cruda. Si tratta, quindi, anche di un espediente per evitare la censura. In una scena successiva, tale opposizione crea un gioco di luci: quando Lila (Vera Miles) trova la madre di Norman in cantina e ne vede il teschio. Nello spavento urta una lampadina che oscillando proietta una luce dinamica, dando così una dimensione particolarmente tragica all’evento. 

 Le inquadrature… 

Girato con un aspect ratio di 1:1,85, Psyco presenta una certa varietà di inquadrature che vanno dal campo lungo a quello medio, dalla mezza figura al primo piano, fino al dettaglio e alla soggettiva. Una particolarità intrigante è la differenza delle inquadrature tra Marion e Norman. Quest’ultimo viene ripreso dal basso e di profilo, proiettando ombre sulle pareti, per dargli una nota minacciosa. Diversamente, Marion è posta al centro e in posizione frontale, pertanto è illuminata in modo omogeneo.

Un’altra caratteristica da evidenziare è nell’inquadratura delle scale dall’alto presente in due occasioni: la prima è durante l’omicidio dell’investigatore Arbogast (Martin Balsam) e la seconda quando Norman porta in braccio sua madre per nasconderla successivamente in cantina. L’importanza di questo confronto è evidente nel momento in cui si prende in considerazione, ancora una volta, la figura di Norman stesso. Nel primo caso lui ha assunto le sembianze di sua madre, nell’altro ne riproduce solo la voce, in quanto il corpo di Norma è lì presente – al contrario in altre scene si sente solamente la sua voce fuori campo -. Quindi prima c’è una completa unione, un accorpamento, mentre dopo si ha una semi-separazione, uno sdoppiamento.  

…e gli spazi

Le riprese avvennero negli Universal Studios di Hollywood in poco più di due mesi. Anche nello spazio ricreato si nasconde il tema del doppio, reso evidente dalla presenza di linee orizzontali – come quelle che tagliano i nomi nei titoli iniziali – e linee verticali, utilizzate per suscitare sensazioni contrastanti. Un esempio lampante è il contrasto tra la casa di Norman e il motel.

La prima è alta, scura e imponente. Guarda al motel minacciosamente, come una casa stregata. Questa fu ispirata al dipinto di Edward Hopper – nei cui lavori ricorrono malinconia e solitudine – “The House by the Railroad”. Il motel è di forma allungata e quindi posto orizzontalmente. Qui, è di un certo rilievo l’ambiente del salottino dietro l’ufficio del protagonista. In questa stanza sono presenti diversi uccelli la cui presenza si ritrova sia nella città da cui viene Marion – Phoenix quindi “fenice” – sia nel suo cognome Crane ovvero “gru”. Gli uccelli impagliati sottolineano una caratteristica del personaggio: dare la vita a ciò che l’ha persa, ma non in senso materiale quanto in quello mentale.  

“Psyco” di Alfred Hitchcock. L’iconica scena della doccia 

Dallo storyboard di Saul Bass – che rivendicò la sequenza come propria, ma fu smentito dalla troupe e da Hitchcock stesso – e dal montaggio di George Tomasini, la scena della doccia di Psyco ha lasciato il segno nella storia della settima arte. Bisogna dunque sottolineare ciò che è particolarmente evidente all’occhio del pubblico, ma che allo stesso tempo non è così lampante da far sì che se ne renda subito conto.

Marion si trova al Bates Motel e decide di fare una doccia: va in bagno, tira la tenda della vasca, entra e apre l’acqua. Non c’è alcun tipo di sottofondo musicale, si sente solo lo scroscio dell’acqua, finché non si vede un’ombra alle spalle della donna. Appena lei apre la tenda e mostra un coltello pronto a colpire, si sentono note particolarmente acute – Herrmann propose una musica suonata solamente da archi – ed è lampante il contrasto della figura completamente scura rispetto alla luminosità del bagno

La vittima viene accoltellata diverse volte, ma nonostante ciò il suo corpo non mostra mai i segni delle ferite. Inoltre, ad ogni stacco dell’inquadratura corrisponde un taglio del coltello. Il regista svizzero Alexandre O. Philippe, nel suo documentario 78/52, mette in rilievo la tecnica della sequenza di circa 3 minuti – ci vollero 7 giorni per girarla -, mentre l’omicidio dura solamente 45 secondi. La rappresentazione grafica prevedeva 35 inquadrature, ma la scena definitiva è formata da 78 inquadrature e 52 cuts, da qui il titolo del documentario. 

Chi è Norman Bates? 

Il carattere di Norman Bates è basato sul serial killer americano Ed Gein. Come Norman, Ed Gein viveva quasi isolato con la sua famiglia ed era particolarmente legato a sua madre. La donna sottolineava la corruzione del mondo e voleva che i figli non avessero rapporti con le donne, tutte da lei descritte negativamente. E Gein ispirò anche altri personaggi letterari e cinematografici, tra cui Buffalo Bill ne “Il silenzio degli Innocenti”, Leatherface in “Non aprite quella porta” e Bloody Face nella serie “American Horror Story: Asylum”.  

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