Rashōmon di Kurosawa. Thriller psicologico sulla natura umana

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Rashōmon di Akira Kurosawa

La verità è un oscuro abisso imperscrutabile. La ricerca della verità è uno dei temi fondamentali in “Rashōmon” di Akira Kurosawa. Tuttavia sarebbe riduttivo confinare quest’opera all’interno di un unico tema. L’originalità e la bellezza di “Rashōmon” sta proprio nella sua complessità. Le menzogne dei personaggi si intrecciano con l’ancestrale bisogno umano di ricevere approvazione e c’è anche spazio per simbolismi e metafore. In questo modo l’indagine su l’omicidio di un samurai e lo stupro di sua moglie diventano il pretesto per dare vita all’allegoria della psicologia umana, profondamente complessa proprio perché indecifrabile.

Ognuno dei personaggi protagonisti è un simbolo di un particolare aspetto dell’uomo. Il bandito Tajomaru (Toshirō Mifune) impersona il lato animalesco degli esseri umani che spesso si abbandonano alle proprie pulsioni, ignorando le regole del vivere civile. Il samurai (Masayuki Mori) incarna i valori della società giapponese che vengono corrotti dall’avidità e dagli interessi personali, mentre sua moglie Masako (Machiko Kyō) è il simbolo della femminilità che cerca di emergere in un mondo comandato dagli uomini. Ognuno di loro agisce all’interno di un contesto storico ben definito – il Giappone feudale del periodo Heian – dando vita ad un intreccio originale, destinato a lasciare il segno nella storia del cinema.

«L’egoismo è un peccato che l’umanità porta con sé dalla nascita, è il più difficile da espiare» – Akira Kurosawa

Indubbiamente lo stile inconfondibile di Akira Kurosawa ha reso “Rashōmon” una pietra miliare del cinema ed è universalmente riconosciuto per aver svelato la bellezza del cinema orientale al mondo occidentale. Per questo motivo ricevette nel 1952, due anni dopo la sua uscita, l’Oscar onorario per il Miglior film straniero ed ha giocato un ruolo fondamentale nell’istituzione della categoria “Miglior film straniero”. La giuria degli Academy Awards si rese conto di non avere una categoria fissa per premiare film non statunitensi e che capolavori internazionali come “Rashōmon” rischiavano di restare senza un riconoscimento. 

“Rashōmon” di Akira Kurosawa. Le tre verità: il bandito, il samurai e la dama

“Rashōmon” di Akira Kurosawa è interamente costruito sull’ambiguità. Ogni personaggio ha una sua versione dei fatti ed è particolarmente accurato nel descriverla. Le testimonianze dei protagonisti vengono rese attraverso dei flashback che distruggono la linearità della continuità narrativa. Attraverso le inquadrature in soggettiva della giuria lo spettatore è portato ad essere sospettoso e giudicante. Il fatto stesso che alla fine del film non venga reso noto il verdetto della giuria è segno dell’intenzione di Kurosawa di rendere lo spettatore giudice finale della vicenda. Spetta a chi guarda decidere quale testimonianza sia veritiera. Tuttavia risulta estremamente difficile stabilire chi dica la verità. Ogni flashback è in conflitto con l’altro e rende impossibile ricostruire la vicenda nella sua interezza. L’unica certezza è che il samurai è stato ucciso nel bosco. Perfino lo stupro della moglie è messo in dubbio dal bandito Tajomaru che afferma di aver invece sedotto e conquistato la donna.

«È umano mentire. La maggior parte delle volte non riusciamo nemmeno ad essere onesti con noi stessi» – Il passante

Tuttavia, la versione raccontata dal bandito risulta naturalmente fallace. La falsità del suo racconto è dimostrata dalla patetica messa in scena del duello col samurai. La coreografia del combattimento è volutamente teatrale e sopra le righe, perché vista con gli occhi di un bandito che non ha mai sfidato a duello un samurai, né tantomeno ha idea di come funzioni uno scontro fra samurai. Ad ogni modo anche la verità dell’uomo ucciso – raccontata attraverso la bocca di una medium shintoista – ha al suo interno delle contraddizioni che portano lo spettatore a dubitare della sua credibilità. Il racconto della dama è invece eccessivamente carico di melodramma e il suo movente risulta fin troppo poco credibile. La velata allusione al fatto che potrebbe aver ucciso il marito per non dover affrontare la sua disapprovazione è debole e sostenuta unicamente da un’interpretazione teatrale, accentuata ulteriormente dalle movenze dell’attrice.

Onore o verità. Il dilemma etico di “Rashōmon”

«Ho visto così tanti uomini uccisi come animali, ma non ho mai sentito una storia orribile come questa. Sì. È così orribile. Questa volta potrei davvero perdere la mia fede nell’animo umano.» – Il monaco 

Ogni personaggio in “Rashōmon” di Kurosawa ha un interesse personale nel rendere il più credibile possibile la propria versione dei fatti. Infatti, man mano che le testimonianze vengono raccontate, la camera si avvicina sempre di più al viso del personaggio protagonista dell’inquadratura per enfatizzare il suo disperato bisogno di farsi credere. Tajomaru vuole difendere a tutti i costi la sua immagine di bandito leggendario dipingendosi come un guerriero invincibile e un seduttore irresistibile. Tajomaru vuole essere percepito come un essere superiore, al di sopra di ogni vivente. Il suo atteggiamento sprezzante nei confronti della giuria è testimone della sua insolenza e della sua vanità.

Dal canto suo, Masako si mostra invece docile e arrendevole. Piange e si dispera mentre racconta la sua verità alla giuria. La donna cerca con ogni mezzo di riabilitarsi agli occhi della giuria manovrando con astuzia la sua testimonianza. Il suo scopo è quello di mostrarsi come una donna debole, in balia della forza maschile soverchiante. È stata disonorata dal bandito che ha abusato di lei e successivamente è stata anche respinta dal marito indignato. Cosa avrebbe dovuto fare una povera donna indifesa come lei? Con la sua testimonianza Masako cerca di uniformarsi alle aspettative della società nel tentativo di salvare la sua reputazione.

 «Gli uomini non sono in grado di essere onesti con loro stessi a proposito di loro stessi. Non possono parlare di loro stessi senza cercare di farsi belli.» – Akira Kurosawa

Ogni personaggio è schiavo del proprio ego e manipola la realtà in modo di offrire alla giuria l’immagine migliore di sé, salvo poi restare soffocato dalla propria vanità. Il samurai è trascinato nell’oscurità dell’aldilà dal suo stesso orgoglio che gli impedisce di rivelare la verità sulla sua morte. Piuttosto che ammettere la vergogna di essersi fatto abbindolare da un banale bandito, l’uomo preferisce gettare tutta la colpa su sua moglie Masako. Invece di ammettere di aver tradito gli ideali morali dei samurai, l’uomo mente e racconta di essere morto con onore tramite seppuku, il suicidio rituale commesso per salvare il proprio onore. Il samurai è avido e vigliacco ed è proprio per questo che resterà in eterno senza giustizia.

Akira Kurosawa mette in scena l’allegoria della storia giapponese

«Se non c’è fiducia reciproca questa terra potrebbe diventare l’inferno.» – Il monaco

Un monaco, un taglialegna e un passante si riuniscono al riparo della porta “Rashōmon” a Kyoto per commentare la vicenda centrale del film. Attraverso i loro dialoghi si crea un ulteriore livello di lettura che accomuna l’omicidio del samurai alla storia del Giappone. Nel 1950, anno di uscita del film, il Giappone era appena stato sconvolto dalle atrocità della Seconda Guerra Mondiale ed era tenuto sotto scacco dagli Stati Uniti.

Il parallelismo fra il Giappone feudale e il Giappone moderno è suggerito dalle parole del taglialegna, che afferma che i crimini non facciano altro che aumentare. Allo stesso modo, la sfiducia nell’umanità è rappresentata dal monaco che, oltraggiato dal racconto dei suoi compagni, sostiene di aver perso la fiducia nel genere umano. Il cinico passante, invece, rappresenta l’opinione pubblica mondiale che aveva decretato il Giappone come unico responsabile della guerra nel Pacifico. Il finale, criptico ma speranzoso, mostra il taglialegna che si allontana con un bambino orfano. L’atto di bontà del taglialegna simboleggia la speranza di redenzione e la capacità degli esseri umani di compiere buone azioni, nonostante le atrocità.

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