“Ratto di Proserpina” di Bernini incanta per pathos e dinamismo

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"Ratto di Proserpina" di Gian Lorenzo Bernini

Spesso accade che gli artisti si lascino influenzare dal fascino e dalle atmosfere dei miti classici. Un po’ perchè l’esempio dell’arte classica sta lì a ricordarci le nostre radici, un po’ perchè resteranno sempre modelli di perfezione sotto diversi punti di vista, ma sono innumerevoli le opere d’arte che riprendono un motivo o un episodio dalla classicità. Storie senza tempo che hanno sempre qualcosa da insegnare ai moderni, valori da ricordare, psicologie da comprendere. E questo è anche il caso di Gian Lorenzo Bernini, artista poliedrico e figura di spicco nella cultura barocca. Ha realizzato diversi gruppi scultorei ispirati all’antichità classica, tra cui l’impetuoso “Ratto di Proserpina”.

C’era una volta… il mito

Nelle “Metamorfosi” di Ovidio viene raccontato il mito di Proserpina (Persefone nell’originale greco, ndr.) e l’episodio del suo rapimento. C’era un tempo in cui i culti e i riti dedicati a Cerere, dea delle messi, permettevano di avere raccolti pieni e campi in fiore. Ma un giorno questo cambiò, e le terre cominciarono ad esser fertili e favorevoli all’uomo solo sei mesi l’anno. Tutto ha inizio quando Plutone, dio dell’Oltretomba, invaghitosi di Proserpina, figlia di Cerere, la rapì desiderandola come moglie. La madre, appresa la notizia, abbandonò immediatamente i campi e causò infinita siccità e carestie, distrutta dal dolore per la perdita della figlia.

Giove, impietosito dalla dea e dalle invocazioni degli umani affamati, inviò il messaggero Ermes da Plutone per farsi restituire la ragazza. Plutone dovette obbedire ma prima, furbamente, fece mangiare a Proserpina semi di melograno, legandola in questo modo per sempre agli Inferi – mangiare qualcosa nel regno dei morti costringeva alla permanenza in questo mondo -. Così Giove decise che Proserpina da quel momento in poi avrebbe passato sei mesi sulla terra con sua madre Cerere, ed altri sei con Plutone negli Inferi come moglie. Quindi nei sei mesi caldi in cui Proserpina sorgeva dal regno dei vivi, la terra tornava fertile e feconda per la gioia di Cerere, mentre nei sei mesi in cui scendeva agli Inferi, calava il freddo sulla terra e Cerere smetteva di essere propizia alle messi.

“Ratto di Proserpina” di Gian Lorenzo Bernini. Una spirale di emozioni

Nell’opera, Bernini rappresenta il momento cruciale del racconto, riesce a cogliere l’azione al culmine del suo svolgimento e del pathos. Le emozioni dei personaggi emergono perfettamente dall’espressività dei volti. Le dinamiche del momento sono rese concitate dal movimento degli arti e delle teste dei protagonisti con le due figure che si avvolgono su sé stesse. La spirale che si crea è una contrapposizione tra la forza fisica del dio e la forza mentale della donna che non cede al suo assalitore e ostinatamente tenta di fuggire. La differente tipologia di forza è palesemente rappresentata nei suoi protagonisti. In quest’opera, nulla è lasciato al caso, il blocco di marmo è lavorato in ogni dettaglio, dalla barba di Plutone ai capelli della ragazza, al panno che la copre e nello stesso tempo le scivola via.

Nonostante siano scolpiti nel marmo, i personaggi sembrano vivi e il realismo tocca l’apice nella rappresentazione delle mani di Plutone. La durezza del marmo sparisce e la carne appare morbida e soffice, le dita di Plutone pressano la pelle di Proserpina con una perfetta naturalezza. Il grido di paura della ragazza risuona al vedere le linee d’espressione perfettamente curate per esprimere tutta la tragicità del momento. “Ratto di Proserpina” è un’opera intrisa da dinamismo, l’azione non è bloccata o congelata, ma è colta nel divenire dell’azione, tanto che sembrano ancora muoversi i capelli di lei incredibilmente sottili e leggeri.

Da un punto di vista strutturale la statua riesce a non porre l’attenzione sui punti d’appoggio. Il piede destro di Plutone sfiora leggermente terra con le dita, mentre usa come gamba portante quella di sinistra. Proserpina è affarrata a volo e non ha possibilità di movimento, le resta solo un tentativo di slancio in avanti, come la coglie il Bernini, ma il tentativo è vano. Plutone ha portato Cerbero, il cane a tre teste guardiano degi Inferi che svolge qui due funzioni: da un lato garantisce il ratto della ragazza, dall’altro funge da base portante, essendo lei sospesa in aria. Non solo, si nota il leggiadro velo che cade dal corpo di lei scoprendone le nudità, un dettaglio fedele del racconto di Ovidio.

Plutone e Proserpina immersi nella loro emotività

Il dio Plutone è rappresentato come fiero, possente e muscoloso, ben piantato sulle vigorose gambe, con la sinistra puntata in avanti a fare da perno, e la destra più indietro per bilanciare la posizione, per far sì che non perda l’equilibrio. Ma anche gli altri muscoli sono scolpiti e ben definiti, chiamati a supporto delle braccia che si stringono a cerchio per rendere più efficace la presa. La mano destra che affonda le dita nella coscia della ragazza, è forse uno dei dettagli più famosi e celebrati di tutta la storia dell’arte.

Proserpina, invece, lotta per sottrarsi alla furia di Plutone spingendo la mano sinistra sul suo volto, dimenandosi e scalciando. Le sue gambe, a differenza di quelle del dio saldamente ferme, tentano di sollevarsi per trovare una via di fuga e anche le mani si agitano lanciando verso l’alto il braccio destro, come per emergere dal gorgo di violenza che le sta inghiottendo. L’impresa di Proserpina è alquanto difficoltosa, se non impossibile. Urla, si divincola disperatamente, e i suoi capelli fluenti e scomposti, lasciano scoperto il viso così espressivo.

L’origine del “Ratto di Preserpina” di Bernini

Il “Ratto di Proserpina” è stato commissionato, tra il 1621 e il 1622, ad un Bernini poco più che ventenne dal Cardinale Scipione Borghese. Probabilmente le ragioni che hanno indotto il cardinale Borghese a commissionare un gruppo scultoreo con il ratto di Proserpina – simbolo delll’annuale rinnovarsi della natura – sono legate alla speranza di resurrezione del più potente membro della famiglia, papa Borghese, morto proprio a gennaio di quell’anno. L’opera, in marmo di Carrara, fu inizialmente collocata nella villa di Scipione Borghese fuori Porta Pinciana, poi donata per motivi ignoti a Ludovico Ludovisi, nipote del nuovo papa Gregorio XV ed infine acquistata dallo Stato italiano nel 1908 e riportata a Villa Borghese, residenza naturale.

Dopo il 1908 la statua fu collocata nella sua attuale sede, al centro di una galleria di Villa Borghese. Questa collocazione spinge il visitatore a girargli intorno, cosa impensabile per il Bernini, che l’aveva progettata per stare appoggiata ad un muro. Infatti anche se la statua è a tutto tondo, Bernini la pensò e realizzò per essere percepita e ammirata da un unico punto di vista, quello frontale, come se fosse un dipinto. I punti di vista laterali, però, consentono di scoprire interessanti particolari. Se si guarda Proserpina in diagonale, si ha l’impressione che i suoi occhi soltanto da questa posizione guardino lo spettatore.

«Tu vedi un blocco, pensa all’immagine: l’immagine è dentro basta soltanto spogliarla.» – Michelangelo Buonarroti

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