“Ferite a morte” di Serena Dandini contro la violenza sulle donne

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"Ferite a morte" di Serena Dandini

Nella suggestiva e pittoresca cornice di Sperlonga si è svolto il reading teatrale a più voci tratto da “Ferite a morte” di Serena Dandini con accompagnamento musicale. La performance ha contato sulla regia di Marianna Coscione e sulla partecipazione del centro antiviolenza Nadyr di Terracina Fondi. Sono state portate in scena alcune drammatiche storie di donne raccolte nel libro.

«È stato tutto accelerato da una forte urgenza, quasi una necessità impellente di condividere rabbia e tenerezza, indignazione e mille altri sentimenti tumultuosi che sono scaturiti dall’esperienza di questa strana adunata che è stata e continua a essere “Ferite a morte”.»

Reading teatrale tratto da “Ferite a morte” di Serena Dandini

«Dove sono Ella, Kate, Mag, Edith e Lizzie, la tenera, la semplice, la vociona, l’orgogliosa, la felice? Tutte, tutte, dormono sulla collina.» – “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters

In una calda serata di luglio le storie di queste donne violate, abusate, offese e private della loro dignità, sono state interpretate da altre donne e ragazze comuni perché, come afferma la regista, «la violenza serpeggia sempre e comunque, non ha età.»

La scena teatrale è stata volutamente sobria. Un telo bianco dietro il quale  le attrici si sono alternate nella lettura, usando un linguaggio poliforme talvolta tendente al pathos, talvolta leggero nel rispetto della prosa asciutta e ironica della scrittura di Serena Dandini. Immagini avvolte in una notte di eclissi lunare danno voce ad un immaginario racconto postumo delle vittime di femminicidio, una parola che «non piace». Secondo l’emerita Accademia della Crusca il femminicidio consiste nel «provocare la morte di una donna, bambina o adulta, da parte del proprio compagno, marito, padre o di un uomo qualsiasi, in conseguenza del mancato assoggettamento fisico o psicologico della vittima.» Ma non ci sono termini  appropriati per definire tale efferatezze che, purtroppo, non vanno in vacanza.

«Solo i morti possono garantirci legittimità. Lasciati a noi stessi siamo tutti bastardi.» –“Il dominio dei morti” di Robert Pogue Harrison

Un urlo nero  che risuona nel cielo stellato

In uno dei trentasei monologhi, storie per le quali  la scrittrice intende precisare che «ogni riferimento a fatti e persone non è puramente casuale», conosciamo la storia di Fatoumata che scrive all’amica Luisella pregandole di mandarle i compiti per le vacanze, perché deve recarsi nel Mali per conoscere la nonna. La ragazza è contenta di vedere il suo Paese dove l’attende una grande festa,  un vero e proprio rito di iniziazione che la renderà orgogliosa, a detta dei parenti.

 «Stai per diventare una vera donna!»

Fatoumata è coraggiosa, non ha avuto paura del temporale quando si è trovata insieme all’amica Luisella, figuriamoci se ha paura ora di un piccolo taglietto che le servirà  per trovare marito e diventare una vera donna. La piccola, ingenua e fiduciosa Fatoumata andrà incontro alla morte e al termine della lettera scrive all’amica consigliandole di non diventare mai una donna vera.

«È molto meglio rimanere bambine per sempre.»

Storie strazianti di donne portate in scena da donne che rendono loro omaggio con sobrietà e generosità, perché le loro storie non devono cadere nell’oblio o, cosa peggiore, nell’indifferenza generale.

 Avevamo il mostro in casa e non ce ne siamo accorti

E così conosciamo la storia di Teresa che aveva il mostro in casa. Il breve racconto viene scandito, in posizione anaforica, da questa frase «Avevamo il mostro in casa e non ce ne siamo accorti.» Il mostro sottopone la donna ad umiliazioni e violenze arrivando a portarle un’altra donna in casa quando lei aspetta un bambino.

«No, non era un mostro, sennò mi bruciava viva da subito. E invece per fortuna prima mi ha dato una vangata in testa che mi ha stordita forte e quando mi ha dato fuoco non ho sentito quasi niente. Lo vedi? Non avevamo un mostro in casa, ci pensava a me, anche alla fine… sennò non mi tramortiva prima con la vangata, senza sarebbe stato peggio, avrei sofferto molto di più, è stato un pensiero per me, lo vedi mamma, non avevamo un mostro in casa, era solo un po’ nervoso di temperamento.»

Ni una más

Con il racconto “Ni una más” conosciamo la triste storia delle donne di Juárez, una ridente cittadina messicana i confini con gli Stati dove ogni anno ci sono sempre meno donne e al loro posto solo croci dipinte di rosa. Secondo le anziane del paese è tutta colpa delle fabbriche, che hanno assunte donne permettendo loro di rendersi indipendente e mantenere la famiglia.  E questo ha scatenato la furia dei maschi per i quali risulta troppo umiliante lasciarle in vita.

«La più giovane aveva quindici anni, la più vecchia quaranta come Marisela, ho visto il suo corpo inerme posato come un fiore davanti al palazzo di giustizia dove aveva denunciato l’assassino di sua figlia; l’uomo l’hanno scarcerato subito per mancanza di prove e lei così è stata l’ultima del 2010, la numero 446 per la precisione.»

La più giovane è stata ritrovata pochi giorni dopo in mezzo alla strada, la mano sinistra mozzata e la testa avvolta in un sacco di plastica nero.

You&Me

“You&Me” racconta la storia del senso del possesso che Franco Battiato in “Sentimiento nuevo” chiama “pre-alessandrino”. You&Me è infatti l’abbonamento ideale per chi è innamorato, perché può inviare più di cento sms al giorno ed è considerato il fidanzato ideale invidiato da tutti, parenti ed amici. Ma quando la fidanzata incomincia a staccare il telefono e a non rispondere agli infiniti e ossessivi messaggi, incomincia la tortura, dapprima addolcita da parole affettuose…

«Buongiorno zuccherino, sei nel mio cuore :-)»
«Baci e baci e ancora baci, mi stai pensando»

 Per proseguire  in un crescente di impazienza, ossessione, rabbia.

«Sto male, male, male. Qualcuno deve pagare per questo. Tu devi soffrire almeno quanto me»

Infine la richiesta di scuse e di un ultimo incontro, che si rivela fatale per la giovane vittima.

«Ho sentito uno sparo. E poi buio.»

“Ferite a morte” di Serena Dandini. Le donne vittime di violenza

Il reading teatrale ispirato a “Ferite a morte” di Serena Dandini si è concluso con la lettura dei nomi delle vittime di violenza, un elenco destinato purtroppo ad aggiornarsi quotidianamente. Significativo il monito alle nuove generazioni da parte di Rocco Giovannangelo riguardo i pregiudizi nei confronti delle donne considerate “responsabili delle violenze”.

Frasi come «le sta bene», «se l’è cercata» sono il frutto di una cultura maschilista che non tollera e rimane sconcertato di fronte all’intraprendenza e alla determinazione delle donne. A questo proposito sono fondamentali le attività di sensibilizzazione e i percorsi di educazione sentimentale e di prevenzione alla violenza di genere. Il finale, nelle parole del signor Rocco,  ci saluta  con queste parole:

«Se si cambiasse logica, quanta bellezza produrrebbe questo pianeta. Sarebbe veramente una vie en rose.»

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