René Magritte. La filosofia in giochi di somiglianze e metamorfosi

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René Magritte e la filosofia della sua arte
Galleria dei quadri in calce

René Magritte, artista coraggioso, così è giusto definirlo. Colui che coraggiosamente abbandona la bella pittura per riflettere sui contenuti. Una vera rivoluzione, un vero rivoluzionario, in modo tacito, non gridato, ma efficace al contempo. La maschera della banalità di ogni giorno viene smascherata per essere portata dove non sarebbe mai arrivata.

Analisi e significato delle opere di René Magritte

L’artista porta avanti il suo percorso artistico, o meglio concezione, muovendosi per dissociazioni, annullando ogni rapporto tra somiglianza e affermazione, confermando la loro ineguaglianza per far agire l’una senza l’altra. Ogni cosa che riconduca ad altro, a ciò che cerca di definirla, a ciò che cerca di dirci a cosa somiglia viene abolita. 

Magritte usa la tecnica del realismo fotografico per realizzare le sue opere. Sfutta la vicinanza al realismo delle accademie portandolo alle estreme conseguenze, fino a renderlo fotografico, appunto. L’idea è che l’opera d’arte non sia il quadro, ma l’immagine in sè che scandalizza la vista e si trasforma negli occhi dello spettatore: conta ciò che lui vede. Si spiega allora il mancato ricorso all’illusione ottica e la totale aderenza alla verità della singola immagine usata e giustapposta, scomposta e ricomposta in un contesto onirico e quasi delirante. Lo scopo dell’arte di Magritte era evocare di evocare “i misteri del mondo”.

«Ciò che vedrete sulla superficie di quel muro non è un insieme di linee e di colori, è profondità, un cielo, delle nuvole che hanno alzato il sipario del vostro tetto» – Michel Foucault

Le caratteristiche della pittura di Magritte in un gioco di similitudini. “Decalcomania” di René Magritte

Non vi è un’unica definizione, ma creazione di percorsi che vanno in diverse e persino opposte direzioni. Non vi è una gerarchia da seguire, un insieme di regole da mettere in pratica.

Nell’opera “Decalcomania” di René Magritte (1966), è possibile vedere un tendaggio rosso a larghe pieghe che occupa buona parte dello spazio, per esattezza due terzi del quadro. Il tendaggio nasconde un paesaggio di cielo, mare e sabbia. Accanto al tessuto, un uomo che guarda l’orizzonte. Il tendaggio ha la stessa forma dell’uomo, come se quest’ultimo fosse un pezzo appartenente al tendaggio. Come interpretare?

L’uomo, forse, staccandosi dal panneggio lascia ad altri la possibilità di ammirare ciò che lui stesso stava ammirando? O il pittore ha dato al panneggio quel gusto di cielo, acqua e sabbia che la sagoma dell’uomo nasconde e che grazie alla decisione dell’artista può essere fruibile dallo spettatore? Ecco che ogni somiglianza si annulla, solo il pensiero deve somigliare, deve farlo in base a ciò che vede, conosce e percepisce. La pipa somiglia di gran lunga ad una pipa, il testo scritto somiglia davvero ad un testo scritto. Tolti, però, dal loro sfondo e messi a confronto, questi elementi perdono la loro somiglianza.

Gioco delle metamorfosi. “Manie di grandezza II” di René Magritte

La similitudine, dunque, viene annullata. Si crea un gioco di rimandi, a seconda di come si posiziona l’oggetto. Le foglie volano via dalla pianta a cui appartengono per diventare uccelli o sono gli uccelli che diventano foglie? La donna che diventa tale dalla bottiglia o è la bottiglia che si femminizza diventando corpo nudo? La similitudine non c’è, anzi ha il poter di rompere ogni identità, lasciando tutto in sospeso e in continua scoperta.

Il discorso di può comprendere analizzando l’opera “Manie di grandezza II” di René Magritte (1948). Al di là di una muraglia che si affaccia sul mare, il corpo di una donna sezionato in tre parti. Tre parti non complete, ne manca una, quella incalcolabile: la testa. I tagli sulle braccia e sul capo rimandano ad una statua in marmo, ma il colore della pelle è quello della carne viva. Una statua che diviene corpo femminile o il contrario? Un corpo disunito, ma che rileva una totalità e completezza allo stesso tempo. Il modo in cui ha creato il corpo, in particolar modo la sezione degli arti superiori, suggerisce come un moto liberatorio, ma il titolo rimanda ad un procedimento opposto, un corpo che si aggrappa alla terra per trovare un suo posto nel mondo.

Manifesto contro la banalità. “Lo stupro”

Si è detto come René Magritte fosse contrario alla banalità del quotidiano. È un’affermazione non completa. Era contrario a qualsiasi banalità, anche quando si toccavano argomenti duri e considerati ancora tabù.

Si pensi all’opera “Lo stupro” di René Magritte (1934). Una verità così dura, poco accettata, ma soprattutto poco raccontata viene descritta con una banalità così banale -e scusate il gioco di parole- che è fortemente comunicativa. Il volto della donna è composto dagli elementi essenziali del suo corpo. Gli occhi sono ora dei seni, il naso è un ombelico e le labbra rappresentate dai genitali. Una semplicità quasi banale, quindi, ma così efficace che non si potrebbe pensare ad una raffigurazione migliore. Il corpo della donna diviene oggetto da usare e poi buttare e inserendo gli elementi sessuali al posto di quelli del viso, Magritte priva la donna della sua individualità.

Guardiamo lo sguardo, anzi i due seni che ci guardano e ridiamo, ma è un riso nervoso di chi sa bene che è l’autore della violenza consumata. Nell’apparenza poteva sembrare un borghese, un personaggio tipo del suo tempo, invece non lo era, soprattutto nella concezione dell’arte. Proprio la scelta del non banale, della non similitudine, del transfert, della sua concezione filosofica che cela dietro, occorrono per non commettere l’errore di classificarlo come borghese e soprattutto per rendere la sua arte comunicativa. L’opera non è una semplice superficie, ma luogo in cui solo il pensiero visualizza ciò che vede, conosce e percepisce. Alla luce di ciò si comprende meglio il mistero delle sue opere, si conosce il vero valore della sua indagine artistica, ma soprattutto umana, con un elemento che regna e che rende le sue opere immortali: il linguaggio.

 

Autore: Antonella Mazzei

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