Rielezione di Erdogan, il sultano di Ankara 2.0

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Un bagno di folla ad Ankara. Si festeggia la rielezione del Presidente Recep Erdogan. Scene di giubilo nelle piazze per rendere omaggio al Presidente.  Le elezioni si sono svolte il 24 giugno, con un anno di anticipo rispetto alla naturale scadenza del mandato. La tornata elettorale ha visto per l’ennesima volta la vittoria del Presidente Erdogan, in carica ormai dal 2002, con una coalizione composta dal partito conservatore d’ispirazione religiosa, fondato dallo stesso, ed i nazionalisti dell’ Mhp, che probabilmente chiederanno al Presidente un inasprimento della politica nella questione curda.

La coalizione del Presidente ha superato il 50 % delle preferenze, ottenendo la maggioranza assoluta in Parlamento con 343 seggi su 600 con affluenza dell’ 87%. Lo sfidante Ince ha dichiarato che la Turchia ha tagliato i suoi legami con la democrazia. Sono passati quasi due anni dal tentato golpe in Turchia, quando Erdogan ha iniziato un’opera di “rinnovamento” culminata con il referendum costituzionale del 2017, che di fatto erge Erdogan a sultano 2.0 e la trasformazione della Turchia in una Repubblica presidenziale, esautorando la figura del Premier, con i ministri che non devono rispondere al Parlamento, ed un vero e proprio sistema di spoil system per le posizioni apicali. La politica interna ha l’obiettivo di far quadrare i conti pubblici, nonostante la crescita del PIL nel primo trimestre del 2018 del 7.4,%, l’inflazione ha superato il 12.5% e gli investimenti stranieri sono in netto calo.

Erdogan deciso in politica estera

La politica estera sarà uno dei punti forti del Presidente, infatti è sua intenzione intervenire con maggior forza contro le organizzazioni terroristiche. Rimarrà invariato l’impegno per liberare la Siria con un protettorato ottomano nel nord est della Siria e con gestione da parte dell’esercito siriano. Sulla questione siriana tratta alla pari con il collega, il Presidente Vladimir Putin. Altro punto focale sarà l’impegno nella lotta contro Israele, considerato da Erdogan come uno Stato occupante e terrorista, e continuerà a farsi portatore della causa palestinese, come più volte sostenuto durante i drammatici giorni dello spostamento dell’ambasciata Israeliana a Gerusalemme.

La politica estera turca  si snoda su più punti. In particolar modo, Erdogan guarda con forte interesse alla Libia ed ai suoi giacimenti petroliferi della Cirenaica, ed è inoltre forte sostenitore del generale Haftar. La situazione libica è per l’Europa un punto cruciale per le relazioni al momento difficili tra i vari Stati europea, la Turchia potrebbe introdursi in questo delicato canale. In virtù dei rapporti a dir poco tesi con Israele, Erdogan intrattiene rapporti diplomatici con l’Iran che nell’ultimo periodo guarda al Mediterraneo con particolare interesse.

Se la politica estera del Presidente Erdogan prevede un rafforzamento della nazione turca nello scenario internazionale, sono molte le zone d’ombra che rendono una Turchia uno Stato a democrazia limitata. Basti pensare alla libertà di stampa, fortemente limitata, oppure agli oppositori politici incriminati per reati non chiari, e bisogna anche considerare l’occhio dell’ Unione europea, da anni poco propensa ad una Turchia nella comunità europea. Difficilmente il Presidente Erdogan cambierà la sua impostazione politica. Anzi, il mancato golpe del 2016 ha rafforzato la sua convinzione.

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