“Scar Tissue” dei Red Hot Chili Peppers. Un riff sulle ali della rinascita

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Scar Tissue dei Red Hot Chili Peppers

 

“Scar Tissue” dei Red Hot Chili Peppers è il primo singolo estratto da “Californication”, il loro settimo album in studio nel 1999, che rappresenta per la band una vera e propria rinascita. Gli anni ’80 sono stati, infatti, abbastanza travagliati. Formatisi a Los Angeles nell’83, già nel 1988 hanno perso il chitarrista Hillel Slovak per overdose. La morte di Slovak ha fatto allontanare dalla band anche il batterista, con le famose parole:

«Non voglio far parte di qualcosa in cui i miei amici muoiono»

Al loro posto arrivano Chad Smith e John Frusciante. Ben presto anche Frusciante inizia ad avere problemi con la droga e lascia il gruppo nel 1992, al suo posto c’è Dave Navarro. Californication” segna il ritorno proprio di Frusciante, ormai sano e senza problemi con la droga, e il suo ritorno coincide anche con un profondo cambiamento del sound del gruppo.

«mentre tutti i precedenti lavori dei Chili Peppers erano molto vivaci, Californication si permette di essere spirituale ed evocativo.» – Greg Tate di Rolling Stone

“Scar Tissue” dei Red Hot Chili Peppers. Il brano della rinascita

Il lancio dell’album è affidato ad un brano che, se da un lato non ha molto a che fare con la tradizione musicale della band californiana, dall’altro è senza dubbio una delle canzoni più autobiografiche del gruppo. “Scar Tissue” dei Red Hot Chili Peppers è una ballata melodica, caratterizzata da un riff orecchiabile e da alcuni assoli particolari.

Parla di una rinascita che non è solo fisica, ma soprattutto interiore. Una voglia di ripartire e di rialzarsi, dal momento che è tornato a suonare un amico, il clima è diverso e il sound che sta nascendo è qualcosa di molto particolare. La canzone è scritta partendo da alcune prove che Frusciante stava eseguendo con la sua chitarra, con una ritmica particolare. Quando Kiedis sente il chitarrista strimpellare, butta giù le parole. Il testo parla di rehab, della fatica di disintossicarsi; esperienze che appunto segnano, che lasciano cicatrici non solo nella pelle, ma anche nei ricordi e nella memoria. Frusciante, reduce dall’ennesima riabilitazione dall’eroina e con un braccio devastato da un’ustione si confessa in un’intervista.

«L’ho scritta quando non avevo più un dente in bocca e vedevo la morte in faccia ogni giorno. Ecco com’ero ridotto, volevo fare l’hippy, sognavo la libertà, la strada, ma alla fine ero un tossico conciato da buttare via che non voleva ammettere i suoi errori. La prima cosa che incisi fu l’assolo, cosa che non mi era mai successa prima. Poi arrivò l’attacco iniziale ma solo dopo, quando Anthony iniziò a mettere giù le rime, la canzone prese forma. Io ero ancora molto debole e non la ricordavo mai, a ogni giro veniva diversa. Ancora oggi credo che quella canzone in qualche modo mi abbia salvato la vita.»

L’inno alla vita dei Red Hot Chili Peppers

“Scar tissue” è quasi un inno alla vita, la ripartenza dei quattro musicisti che sono tutti per un motivo o un altro reduci da riabilitazioni da percorsi di droghe. Le cicatrici sono quindi più o meno visibili, nasconderle sarebbe stato difficile, e allora tanto vale accettarle e ripartire da quelle. Le parole del brano sono un tributo di Anthony Kiedis al suo amico John Frusciante, che ha superato 8 overdose e 7 anni di eroina, e poi è tornato a suonare con i suoi migliori amici. Sembra che il cantante si metta nei suoi panni, quasi per scusarsi di non aver saputo interpretare il malessere del compagno. Ma sono tutti, i Red Hot, ad essere convalescenti, ad aver bisogno di un momento che li rigeneri oltre che come artisti, anche come esseri umani.

Kiedis racconta che quando registravano la canzone, uscendo dallo studio, mentre gli altri continuavano a suonare, ha alzato lo sguardo al cielo e ha visto un falco. Ha chiuso gli occhi e ha provato un forte benessere interiore, come se tutto si fosse risolto, come se tutte le sciocchezze che lui e gli altri membri avevano fatto fossero svanite. John era ritornato nel gruppo ed era sopravvissuto.

Da qui nasce la famosa frase “With birds I’ll share this lonely view”, che però non ha nulla a che vedere con il romanticismo. È da intendersi quasi come una richiesta di aiuto, un grido di chi si sente forse un po’ diverso dagli altri e non riesce più a stare con gli altri. Ed è proprio nel momento in cui il cambiamento su sé stessi diventa così forte e alienante, che si ha bisogno di aiuto e di qualcuno che non ci lasci andar via

Forse dall’alto, dal punto di vista degli uccelli può sembrare tutto diverso, come se una prospettiva alternativa donasse alle cose un significato differente, forse meno doloroso. Ma a volte non basta volere che le cose si sistemino perché vadano davvero a posto, a volte serve crederci davvero in maniera totalizzante. Le sconfitte, con le loro cicatrici più o meno profonde, sono sempre dietro l’angolo, ma avere la consapevolezza di ciò permette forse di vivere e apprezzare i piccoli momenti di serenità.

Nel video a bordo di una vecchia Pontiac Catalina

Le emozioni che genera questo pezz, non arrivano però solo dall’ascolto. Il video, infatti, in ogni singolo fotogramma racconta il travagliato viaggio dei ragazzi fin dalla prima immagine di quella mano fasciata, ferita, forse ancora sanguinante. La mano è di John Frusciante, non a caso messo inizialmente alla guida dell’auto, per affermare una leadership sonora di cui gli altri componenti avevano sentito la mancanza. Sono anche loro immortalati ammaccati e doloranti, in un parallelo tra le loro vite private, tra divorzi, abusi di sostanze, depressione.

Il video è stato girato al tramonto nel deserto del Mojave, quel deserto che ha al suo interno anche la Valle della Morte, su una Pontiac Catalina del ’67, conciata peggio di loro. I quattro appaiono tutti feriti ed incerottati, mentre viaggiano in un’auto arrugginita. Sembra che stiano tornando da una rissa o da un inseguimento dove sono stati picchiati brutalmente. Sono feriti e pieni di bende. Flea (il bassista) ha un cerotto sul sopracciglio sinistro, Chad Smith (il batterista) ha un colpo alla testa, che è completamente fasciata. Anthony Kiedis ha l’orecchio destro ferito, uno zigomo ammaccato e una ferita alla pancia.

Tagliando in due il deserto a bordo di questa auto fatiscente, i membri della band si mettono a giocare in una discarica con pezzi di strumenti esplosi e cercano di liberarsi delle cose meno necessarie. Anthony addirittura rovescia sabbia da un contenitore, quasi stesse disperdendo le ceneri di un morto. In queste scene ci sono citazioni dell’incendio che distrusse la casa di John Frusciante, bruciata tre anni prima, mentre lui era completamente inerme e nel quale restò gravemente ustionato.

Infine si mette a suonare una chitarra con il manico rotto ed esegue l’assolo finale. Il tutto si conclude con il tramonto e lui che getta via la chitarra. Anche nel video quindi si ritrova tanta nostalgia e sofferenza. È vero, il brano parla di rinascita, ma è una rinascita che si porta dietro un dolore dell’anima. Come spiegò in un’intervista lo stesso John Frusciante.

«Era un viaggio dentro noi stessi, ci ritrovavamo dopo esserci persi, ci eravamo insultati, feriti, calpestati eppure eravamo lì a spiegarci e a dire che la nostra era una famiglia che tra mille casini aveva ancora le sue cose da dire. Il regista scelse il deserto perché nel deserto ci eravamo persi dopo gli eccessi di “Under the Bridge” e nel deserto iniziava la nostra redenzione. Eravamo feriti, incerottati, malconci. La vita ci aveva fatto del male ma eravamo vivi e insieme. La parte finale del video, quando la mia chitarra si rivela essere un rottame e vola via, è quello che preferisco.»

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