‘Simulation Theory’ dei Muse. Fuga da e verso la realtà virtuale

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'Simulation Theory' dei Muse

Secondo la Simulation Theory, il nostro mondo sarebbe una simulazione digitale, creata e gestita da una civiltà superiore molto evoluta tecnologicamente. Il filosofo svedese Nick Bostrom, noto sostenitore di questa teoria, suggerisce che, se per mezzo di un computer è possibile simulare virtualmente interi pianeti o universi popolati da esseri intelligenti e dotati di coscienza, allora il numero di tali simulazioni, create da una qualsiasi civiltà sufficientemente avanzata, rende statisticamente probabile il fatto che noi esseri umani stiamo effettivamente vivendo all’interno di una realtà. Non è esclusa però la possibilità, agli esseri intelligenti che vivono nella simulazione di accorgersi di eventuali falle, errori di programmazione informatica o anomalie all’interno della stessa e quindi di cercare una soluzione. Ed è proprio in questo mondo virtuale, programmato e simulato che ci fa piombare “Simulation Theory” dei Muse.

‘Simulation Theory’ dei Muse

In più di 20 anni di carriera il trio britannico ha sempre lanciato messaggi inquietanti con la sua musica. L’uso di toni apocalittici e gotici serviva per descrivere un mondo sempre in bilico e in lotta con qualche forza del male spesso ultraterrena. Titoli come “Supremacy”, “Neutron Star Collision”, “Apocalypse Please”, “Supermassive Black Hole” racchiudono tutto il loro pessimismo cosmico. E poi “Hysteria”, “Psyco”, “Panic Station”, che oggi più che mai descrivono le nevrosi e le paranoie della vita moderna, le paure e le ossessioni che tormentano l’essere umano. Nel loro ultimo album “Simulation Theory”, pubblicato a fine 2018, il gruppo ha però abbandonato quelle atmosfere cupe e lo stato d’animo pessimista per tuffarsi in un viaggio nella realtà virtuale.

Parola d’ordine: elettronica

Da punto di vista musicale, l’album è probabilmente più leggero rispetto a quelli precedenti, ed è caratterizzato da una forte presenza di sintetizzatori e suoni elettronici, che lasciano poco spazio agli strumenti classici come la chitarra. L’elettronica è una delle tante anime dei Muse, un’arma che hanno sempre usato, ma in questo album la sviluppano così tanto che la loro natura rock viene quasi annebbiata, allontanandoli dal loro stile precedente. Anche la copertina dell’album – realizzata da Kyle Lambert, autore della locandina della serie tv “Stranger Things” – rappresenta una novità.

Per la prima volta riporta i loro volti ed essendo anche molto cinematografica, richiama vecchi poster dei film anni ’80. Bellamy ha raccontato che gli anni ’80 hanno giocato un ruolo chiave nell’album. Proprio quando ha iniziato a scrivere i testi, ha scoperto i video­ giochi in realtà virtuale. Mentre giocava l’ha pervaso una specie di nostalgia che gli ha fatto tornare in mente i suoni dei sintetizzatori. È stato naturale per lui provare a recuperare quelle immagini e sonorità e farle rivivere, come effettivamente succede in “Stranger Things”, dove la nostalgia e il futuro sono mescolati insieme. Non a caso Chris, il bassista, ha definito l’album:

«una sorta di viaggio lungo i binari della nostra memoria»

Sovversione in una realtà manipolata

L’album come dicevamo è un viaggio attraverso il mondo della realtà virtuale e simulata, in cui la tecnologia ha preso il sopravvento, e la realtà è manipolata da forze più grandi. Nel primo brano dell’album, “Algorithm”, il protagonista si rende conto di essere in una simulazione e quando ne raggiunge la consapevolezza cerca di opporsi al suo creatore e fuggire da questo falso universo. A volte però, il mondo virtuale è visto come un luogo in cui rifugiarsi per fuggire dalla realtà.

Come spiega Bellamy, rappresenta una fuga dalle news, dalla politica attuale, dalla routine, per raggiungere così un posto in cui le perso­ne sono più gentili e non vogliono più litigare. Nel loro “Simulation theory”, tuttavia, i Muse non protestano per la presenza invasiva della tecnologia nelle nostre vite, ma la usano come strumento per cambiare identità, spiegare l’importanza dei contatti umani, esplorare le opportunità e i pericoli della realtà virtuale in cui a volte sembra di vivere.

We are caged in simulation

Se ascoltando “Simulation theory” sembra di essere proiettati in questo mondo parallelo, assistere alla perfomance dal vivo significa veramente partire per un’esperienza totalizzante di quel mondo. Uno show dove la scritta “We are caged in simulation” troneggia su un lungo palco nero, squadrato, delimitato da una serie di led come se fosse un’astronave. Il primo brano, “Algorithm”, che apre anche il disco, spalanca la porta della fantasia che diventa realtà virtuale e simulata. 3D, laser, bande luminose che girano per tutto lo stadio, occhiali a led di Bellamy, ballerini con tute luminose e barre luminescenti che sparano fumi, robot e scheletri compongono la scena. Il tutto per arrivare alla vera sorpresa: l’invasione sul palco di un gigantesco cyborg (gonfiabile) che muovendosi cerca di afferrare i tre inglesi; ma niente paura Bellamy lo sconfiggerà imbracciando come arma la sua chitarra.

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