“Sposalizio della Vergine” di Raffaello a confronto con Perugino

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'Sposalizio della Vergine' di Raffaello. 'Consegna delle Chiavi' di Perugino

Con l’opera “Lo Sposalizio della Vergine” di Raffaello, solitamente, si fa terminare il cosiddetto periodo di formazione dell’artista urbinate. L’opera fu eseguita nel 1504 per la cappella di San Giuseppe nella chiesa di San Francesco di Città di Castello ed oggi è custodita alla Pinacoteca di Brera. Dal punto di vista iconografico si tratta di un evidente rimando alla “Consegna delle Chiavi” di Perugino.

Non solo l’opera è usata per indicare l’inizio del periodo autonomo del pittore, ma è anche la prima che Raffaello poco più che ventenne firmò e datò nella parte superiore dell’arcata centrale del tempietto, RAPHAEL URBINAS MDIIII. Con questa raffigurazione dimostrò di aver superato la lezione del maestro Perugino, aprendosi e mettendo in pratica gli insegnamenti sullo spazio e sull’armonia che bisogna stabilire con le figure e/o architetture al suo interno.

Confronto. “Consegna delle Chiavi” di Perugino e lo “Sposalizio della Vergine”

Nell’opera raffaellesca è chiaro il rimando alla lezione sull’armonia tra spazio ed elementi di Piero della Francesca. Invece dal punto di vista iconografico il ricordo è bene evidente: la base principale del dipinto è la “Consegna della Chiavi” di Perugino, che decora e arricchisce le pareti della storica Cappella Sistina. Su due piedi chiunque potrebbe notare la differenza del tema trattato dal maestro e dal suo allievo. Dunque lo Sposalizio della Vergine di Perugino racconta la scena della consegna delle chiavi, atto che avvenne per volontà di Gesù verso Pietro, annunciando così il suo prossimo ruolo, quello di papa. Raffaello, invece, dipinse la scena che ci indica la nascita dell’unione della Sacra Famiglia.

Lo sfondo delle due opere, un tempio quasi bramantesco che ricorda quello di Gerusalemme, si impone insieme a due edifici laterali, che rimandano nell’opera del maestro agli archi di trionfo così cari alla antica Roma, mentre nell’opera dell’alliveo ad un edificio a pianta centrale. Raffaello decise di dipingere un ristretto numero di personaggi. Al contrario il maestro preferì adornare la propria opera non solo con la scena della consegna delle chiavi e dei personaggi che assistono, ma con altre scene dai temi diversi con “Il pagamento del tributo” e “La tentata lapidazione di Cristo”. Oltre queste diversificazioni così evidenti, qual è la differenza reale tra le due composizioni? Come sono state concepite e articolate le due opere?

Nel dettaglio

Innanzitutto, il punto di vista è molto diverso. Nell’opera raffaellesca il punto di fuga è rialzato, decisione che non ritroviamo nell’opera del maestro. Nell’opera di Raffaello il punto di fuga è collocato nel centro delle porte del tempio che si aprono sul paesaggio. I personaggi nell’opera raffaellesca sono di gran lunga più naturali rispetto a quelli del maestro, che non lavorando con modelli dal vero creò personaggi più artefatti e con pose leggermente rigide. Difatti i personaggi raffaelleschi sono solidamente concepiti, denotando uno studio dell’artista urbinate non solo di modelli dal vero, ma anche di modelli antichi, che egli stesso approfondirà nel soggiorno fiorentino.

Quindi Raffaello decise in questa opera di creare un collegamento con il proprio maestro, colui che insegnò tecniche e segreti di un mestiere, colui che lo accolse verso la fine del 400 nella propria bottega. Un rimando che denota, tuttavia, il superamento della lezione imparata in giovane età, prediligendo invece i modelli classici, lo studio del naturale e la nuova lezione di Piero della Francesca. Ha così dato vita alla prima di una lunga serie di opere che consentiranno di nominare Raffaello “divino”. Ne “Lo Sposalizio della Vergine” la bellezza ideale equivale alla predilezione per i rapporti geometrici e ordinati, ricordando l’armonia e perfezione divina. È proprio il caso di affermare «l’allievo ha superato il maestro

“Sposalizio della Vergine” di Raffaello nel dettaglio

Lo sfondo dello “Sposalizio della Vergine” di Raffaello è occupato per la maggior parte da un’imponente architettura. Un tempietto – di forma circolare con sedici lati, al quale si accede con una scalinata – funge da scenario ad un gruppo di partecipanti che prende parte al rito. Giuseppe infila l’anello nuziale a Maria dinnanzi alla presenza del sacerdote. Ai lati della Vergine si possono mirare altre donne, mentre i pretendenti rifiutati sono collocati alle spalle di Giuseppe.

Giuseppe, vestito con una tunica lunga di un blu scuro e un mantello sui toni caldi del giallo, viene rappresentato con i capelli corti, poca barba e con la fisionomia di un uomo maturo. L’uomo con la mano sinistra stringe un ramoscello fiorito per indicare il suo destino compiuto come sposo di Maria, seguendo quanto scritto nei Vangeli apocrifi, che Raffaello riprende per questa opera. D’altro canto la Vergine viene rappresentata con un aspetto di gran lunga giovanile, più fresco. I suoi capelli sono raccolti in un’acconciatura modesta ed indossa un abito rosso con un mantello blu scuro.

Il Sacerdote indossa un abito ampio cerimoniale con decorazione dorate. Ha un viso anziano, con una lunga barba suddivisa in due parti. Cinque ragazze seguono Maria, abbigliate con vesti tipiche dell’epoca. Dietro Giuseppe vi sono i pretendenti, quattro uomini che porgono ramoscelli secchi. Uno di loro all’estrema destra ne spezza uno con il ginocchio. Infine sullo sfondo si erge il tempio classico che completa l’opera raffaellesca.  Archi a tutto sesto vengono sostenuti da sottili colonne che compongono il peristilio. L’intero edificio viene dipinto su di una base con una gradinata che lo innalza. Ai lati si scopre il paesaggio. 

L’opera. La storia

L’opera fu concepita per la cappella Albizzini e dedicata a San Giuseppe, collocata in un primo momento nella chiesa di San Francesco al Prato di Città di Castello. Fu poi sottratta da Giuseppe Lechi, comandante del corpo dei Cisalpini che combattevano contro gli Stati Pontifici. Nel 1803, per sua volontà, l’opera fu venduta a Jacopo Sannazzaro che la lasciò all’Ospedale Maggiore di Milano. Successivamente la acquistò Eugenio Beauharnais per la Pinacoteca di Brera nel 1806.

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