“Stati d’animo” di Boccioni. Sintomatologia dell’addio

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"Stati d'animo" di Boccioni. Gli addii
Gli addii 1911

Movimento, dinamismo interiore ed espressività sono le tre parole chiave che al meglio descrivono la sensazione che pervade al contemplare la serie “Stati d’animo” di Umberto Boccioni. L’opera si compone di tre quadri, di cui realizza due diverse versioni: “Gli addii”, “Quelli che vanno” e “Quelli che restano”. 

«Nessuna paura è più stupida di quella che ci fa temere di uscire dall’arte che esercitiamo. Non v’è né pittura, né scultura, né musica, né poesia, non v’è che creazione!»

“Stati d’animo” di Umberto Boccioni: Gli addii

Ne “Gli addii” di Boccioni l’opera è legata all’emozione di un sentimento invincibile ed eterno, che emerge inaspettatamente e alla luce del sole, quando il destino ci separa dalle persone che fanno parte della nostra vita. L’artista probabilmente immagina un abbraccio prima della partenza. Si afferrano i ricordi per il timore di una via di fuga, in un completo intrecciarsi calorosamente al corpo dell’altro. Le persone si guardano intensamente e la paura di perdersi supera la voglia di trattenersi. Il treno sta arrivando, bisogna andare. 

«Quando ci lasciavamo non ci pareva di separarci, ma di andare ad attenderci altrove» – Cesare Pavese

La prima tela – “Gli addii” – di Boccioni è prettamente futurista, risale infatti al 1911 ed è conservata a Milano nel Museo del Novecento. L’opera è stata realizzata con una tecnica prevalentemente divisionista, che prevede la scomposizione della luce e dei colori per dare alle immagini una netta e decisa risoluzione coloristica. Le tinte fluttuano nell’aria come all’interno di una rappresentazione classica, sinuosità e tratti si uniscono a tonalità calde e vivaci.

L’emozione di un saluto prima della partenza

La seconda versione è datata al 1912, periodo in cui l’artista compie un viaggio a Parigi entrando in stretto contatto con la nota cerchia del Cubismo. Non a caso, l’opera risente dell’influenza cubista ed è custodita al Museum of Modern Art di New York. Il colore, variando nell’intensità, appare un miscuglio indeterminato deciso a rompere l’apparente calma precedente per lasciare spazio a linee tratteggiate e vari movimenti contrastanti. 

Questa composizione si sofferma su un’ambientazione insolita: una stazione ferroviaria. Si intravedono elementi essenziali come i tralicci e il fumaiolo, il numero della locomotiva – 6943 – posizionato frontalmente, e un treno in corsa avvolto in un vortice di rotaie e sbuffi di vapore. Nell’opera vi è una perfetta sintesi della rapidità, le scene proiettano rapidi mutamenti repentini, le forme seguono molteplici direzioni. Il treno è visto di fronte e di lato, come in un quadro cubista, ma in questo caso per cogliere la pluralità degli stimoli sonori e visivi. Le tematiche affrontate sono legate alla malinconia di una partenza, al concetto di addio, e all’attesa di un treno che passi. Il soggetto è il medesimo. I personaggi sono degli sconosciuti e la trama si divincola tra un treno che sbuffa, estranei che si salutano e un veicolo che sta per allontanarsi.

“Stati d’animo” di Umberto Boccioni: Quelli che vanno

“Quelli che vanno” del 1911 è strettamente ancorata alla teoria di andare avanti, di guardare oltre. In quest’opera il movimento – per cogliere vagamente il senso – può essere paragonato ad un fulmine o una saetta, espresso esplicitamente dal verso con cui il colore è stato posizionato sulla tela. Nella prima versione i colori sono vividi, accesi e risplendono. Sullo sfondo si intravedono delle piccole case in lontananza. “Quelli che vanno” di Boccioni è il titolo di una riproduzione che vuole identificarsi con un’idea ben precisa: io devo andare, c’è qualcosa da inseguire e nulla potrà fermarmi.

Nella seconda versione lo spargimento del colore lascia spazio a linee tendenzialmente oblique, varie figure geometriche interrotte e qualche espressione facciale enigmatica. I personaggi sembrano di volare verso una direzione ben precisa, i toni sono freddi e cupi, a dominare è una percezione di distacco, lontananza e aridità. La tela può essere accomunata ad un’automobile che sfreccia senza freni nel pieno della notte e che soltanto un ostacolo come un altro veicolo o un burrone, distoglierà l’attenzione dall’intento che vuole raggiungere.

“Stati d’animo” di Umberto Boccioni: Quelli che restano

“Quelli che restano” risale allo stesso periodo ed è la testimonianza dell’immobilità più assoluta. I personaggi della prima versione appaiono in una posizione transitoria e con il capo chinato. Incapaci di passare ad uno stato successivo, sono rappresentati in un limbo: impossibile andare avanti, impensabile tornare indietro.

Nella prima versione il verde nelle sue varie tinte occupa gran parte del dipinto lasciando spazio all’impronta di alcune figure umane avvolte dal mistero, pressate dalla forza di gravità, piantate a terra inspiegabilmente. La seconda serie è stata realizzata adoperando il blu in tutte le sue variazioni di colore. Osservandola nel dettaglio potrebbe ricordarci una tipica giornata invernale avvicinandoci all’idea di un freddo rigido e gelido dei ghiacciai.

Linee dritte e ondulate in un bagno di sofferenza e inadattabilità

Umberto Boccioni pone l’osservatore di fronte ad un fatto concreto. Quest’opera non può essere contemplata distrattamente o con superficialità, nasconde un concetto profondo da cogliere al volo: la presenza di movimento nell’immobilità. Quelli che vanno si spostano fisicamente, ma dentro di loro tutto è fermo e stabile. Dovrebbero fermarsi anziché andare così veloci per vedere realmente qualcosa. “Quelli che restano” si evolvono interiormente, vedono e colgono tutto, portano con sè dei macigni che li travolgeranno per sempre. 

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