“Su X Giù Gaber” con ironia fonde in musica Milano e Napoli

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Su X Giù Gaber
ph Sabrina Cirillo

“Su X Giù Gaber” è uno spettacolo che ha bisogno dei tempi del ragionamento per essere pienamente apprezzato. La quotidiana realtà fatta di immediatezze e velocità è costretta a rallentare il ritmo e adeguarsi a quello del pensiero umano. In scena Renato Salvetti ha dato spazio a tutta la sua passione artistica: lo troviamo in regia con Antonella Ippolito, negli arrangiamenti con Gianni Migliaccio e anche al microfono, accompagnato da Agostino Oliviero, Emiliano Berti, Riccardo Shmitt e di nuovo Antonella Ipollito e Gianni Migliaccio.

Il Covid è il pretesto. Capovolge l’Italia, ne brucia le strutture alle quali si aggrappavano le sue certezze, ne stravolge le abitudini, la mastica, la logora e la risputa fuori spiazzata e incredula. Si apre un’opportunità. Senza tante sovrastrutture forse è il momento giusto, anzi, l’unico, da usare come ponte per superare le piccole beghe nazionali e risvegliare un sentimento di italianità. “Su X Giù Gaber” si insinua in questa crepa con una risata e una cantonata! Brevi video di sketch comici accompagnano e intervallano le esibizioni musicali; inventano come retroscena un simpatico siparietto a tema Covid-19. Una teatrale scienziata di Milano scopre un plasma miracoloso come cura al coronavirus e lo manda ai parenti napoletani ottenendo conseguenze inimmaginabili dalle mescolanze “plasmatiche”!

Su X Giù Gaber. Le canzoni del Signor G da Milano a Napoli

Il fil rouge delle scelte artistiche pare sia l’unione e il ricongiungimento tra Nord e Sud, ma, attenzione, parlavamo di tempi del pensiero, e al rifletterci ci si rende conto che non è esattamente così. Il fil rouge è l’indagine dell’anima umana – materia d’eccellenza di Giorgio Gaber – che di per sè già non fa distinzioni. Le canzoni danno aria alle sue diverse declinazioni liberando il sentimento d’amore, la confusione politica, la capacità – o incapacità? – di relazionarsi con il mondo e con se stessi. Tutto condito dall’irriducibile ironia e sarcasmo di Gaber, caratteristica anche di una vecchia maniera di far musica tra Milano e Genova.

Niente viene lasciato al caso, ed è piacevole riconoscere finalmente il garbo di non copiare o imitare il Signor G, ma di riprenderne solo i toni e le maniere, per un fine ultimo che non rinnega quello originale, ma che si giustappone ad esso. “Su X Giù Gaber” frulla la cultura settentrionale e medirionale fino a prenderne i tratti fondamentali, non riuscendo più a scorgere il confine che le separa. Le canzoni di Gaber/Luporini vengono spezzate da quelle napoletane di Salvetti/Magurno in una miscela di suggestioni nazionali, una fusione che accresce e non intende prevaricare. Si regala un sorriso intelligente, apolitico, amorale e ancora pudico, anche nella sessualità. Renato Salvetti giostra il gioco e sta sul palco con quell’informalità artistica e teatrale che non si vede più tanto spesso di questi tempi.

Renato Salvetti ricorda e omaggia il Signor G

«Le parole definiscono il mondo, se non ci fossero le parole non avremmo la possibilità di parlare di niente, ma il mondo gira e le parole stanno ferme. Le parole si logorano, invecchiano, perdono di senso e tutti noi continuiamo a usarle senza accorgerci di parlare di niente» – Giorgio Gaber

E quindi con le parole ci si gioca, si balza tra milanese e napoletano, tra dissacrazioni e caricature di due popoli e una sola nazione, tra mandolini e tamburelli e la nuda voce di una generazione di cantautori, tra vuote parole politiche e le “messe in posa” avanti e dietro la camera. Si perde il confine linguistico, musicale e culturale che divide l’Italia in due popoli, ma si accentua la celebrazione della singole diversità. Proprio perchè a dirci chi siamo non è la geografia di provenienza, ma il discernimento tra i sentimenti che rendono tutti gli uomini uguali e l’osservazione scrupolosa delle proprie unicità. E di questo mare Gaber ne ha sondato le profondità. Un inchino all’omaggio, all’idea e al rispetto dimostrato in questo spettacolo.

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