Il Coriolano di Shakespeare: la tragica ed eterna condanna della virtù

Il Coriolano è una tragesia in 5 atti che nasce nel periodo classico di William Shakespeare. «È semplicemente l’uomo più raro del mondo» – così un servitore presenta Coriolano nell’atto quarto, scena quarta, e così il Bardo vorrebbe che amassimo una delle figure più controverse della sua intera produzione teatrale. Un uomo che è già monumento eterno, idealtipo universale di virtù adamantina e groviglio di sentimenti tanto limpidi quanto fatali.

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Il Coriolano dai racconti di Plutarco

Scritto nel 1608, verso la conclusione della fase tragica del poeta inglese, il “Coriolano” si colloca esattamente dopo “Antonio e Cleopatra” e subito prima del “Timone di Atene”, con cui si rintracciano molteplici affinità. L’origine del mito del generale romano Caio Marzio, in seguito soprannominato Coriolano per gli onori conquistati nella battaglia di Corioli, si deve a Plutarco, che nelle sue Vite Parallele lo affianca ad Annibale.

Dunque Shakespeare deve aver letto Plutarco per poter poi scrivere la sua tragedia: non conoscendo il greco, il Bardo dell’Avon deve averne studiato la traduzione di Sir Thomas North, quella del 1579 – Plutarch’s Lives of the Noble Grecians and Romans – basata a sua volta sull’anteriore pubblicazione di Jacques Aimot del 1559. Più che nelle altre sue opere ambientate nella Roma imperiale, nel Coriolano Shakespeare riesce a collegare storia, politica e umanità come in nessun’altra delle sue pur magistrali tragedie.

La Roma di William Shakespeare

La Roma che Shakespeare dipinge per ambientare i fatti del Coriolano è tutta di derivazione letteraria: Seneca, Terenzio, Plauto e (non ultimo) Plutarco. Una Roma essenzialmente scenografica: i luoghi sono messi in scena quasi con ossessiva puntigliosità, dai Fori al Campidoglio, dal mercato alle ville patrizie. Per questo Coriolano è l’opera in cui più resta impressa nel pubblico l’immagine della vita pubblica e privata dei romani.

E in particolare Shakespeare ci tramanda una Roma molto affine alla Londra elisabettiana della decadenza iniziata nel 1603, alla morte della Virgin Queen. Del resto, il Coriolano è rappresentato dopo soli cinque anni dai funerali di Elisabeth The First, e nei londinesi di allora questo tempismo non può non aver rammentato tutta la variegata serie di eventi che intanto avevano già gettato ombre preoccupanti sulla monarchia e sullo Stato, scoprendone contrasti e conflitti (economici, religiosi, sociali e politici) forieri nel 1642 della rivoluzione puritana.

La tragedia del rapporto tra uomo e morte

Nel Coriolano di William Shakespeare è sempre accesa la tensione connaturata alla lotta di classe tra plebei e patrizi, e quindi tra i popolani e il nobile generale protagonista delle vicende. Il parallelismo dei tempi storici e dei contrasti sociali è abilmente cercato e ottenuto da Shakespeare, e la lezione che il Bardo vuole affidare ai secoli emerge prepotente alla fine dell’opera: una lectio magistralis sulla tanto fragile, quanto inscalfibile, sostanza della cultura occidentale, quella nata con Aristotele, che definisce la tragedia come la rappresentazione più alta del rapporto tra uomo e morte.

Così, con il Coriolano Shakespeare diventa quel grande poeta tragico che Roma, per assurdo, non aveva mai avuto. Ma Shakespeare è anche il massimo poeta dell’età moderna, quindi la tragicità da lui espressa nel dramma romano diventa tout court tragicità della modernità, e quindi tragicità universale. Perfino gli dei, nel Coriolano, sono spesso nominati ed accoratamente invocati, eppure non agiscono.

Il peccato di Hybris in Caio Marzio Coriolano

La colpa – perchè la colpa esiste e si muove tra gli attori come protagonista immateriale, ma determinante – è solo umana. Il destino degli uomini è determinato dalle loro scelte e delle loro decisioni personali. Non c’è colpa al di fuori dell’uomo. Gli eroi cadono per propria scelta, per propria Hybris, e a causa della propria cecità nei confronti della realtà.

E questo è tanto più evidente in Caio Marzio Coriolano, che è cieco al mondo e alle sue ragioni: un eroe che non comunica con gli altri, non comunica con la madre, nè con la moglie, nè col figlio, nè col suo amato rivale Aufidio. Soprattutto, Coriolano non comunica col popolo. E l’accorgimento del Bardo in questo caso è anche sapientemente tecnico: nella sua tragedia il popolo parla solo in prosa, laddove Coriolano si esprime sempre e solo in poesia. L’incomunicabilità è, quindi, totale. E Coriolano è al contempo vittima e macchina di morte.

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La fortuna del Coriolano nelle arti

Il Italia il Coriolano è stato musicato da Francesco Cavalli nel 1670, poi da Attilio Arosti nel 1740 e da Vincenzo Lavigna nel 1806, ma si è trattato di opere senza alcun collegamento diretto con quella di Shakespeare, come invece accade nel 1804 col balletto di Salvatore Viganò al Teatro Carcano di Milano. Viganò, del resto, era filobritannico e frequentava assiduamente Londra.

Si attese però il 1862 per la prima recita teatrale del dramma di Shakespeare in Italia, ed esattamente al teatro Re di Milano grazie a Ernesto Rossi, che aveva già inscenato Amleto, Otello, Macbeth e Lear. Altre recite seguirono nel 1869 e 1878, per poi replicare nel 1926 non solo a Milano, ma anche a Roma e a Taormina.

La migliore fu quella del 1957, grazie a Strehler e alla sua compagnia del Piccolo Teatro di Milano. Strehler fu sollecitato da Brecht al realizzare il Coriolano, perchè proprio Brecht avrebbe voluto rappresentare questa tradegia, ma morì prima.

«Coriolano è la meravigliosa presa di possesso di una totale realtà dell’essere umano, una tragedia unica nella storia del teatro» – Brecht

«Shakespeare è un autore esigente, quasi tirannico; chiede un impegno assoluto, è come uno spartiacque fra chi col teatro gioca e chi al teatro crede. […] Coriolano in particolare è stato lo spettacolo shakespeariano più compiuto che io sia riuscito ad allestire in quel periodo del mio itinerario di regista.» – Strehler

Non piacque, invece, l’interpretazione di Gigi Proietti nel 1969 al Teatro Romano di Ostia Antica, né convinse la regia di Franco Enriquez al Teatro Argentina di Roma nel 1975. Più successo ha ottenuto invece Alessandro Gassman, acclamato Coriolano, nella sua impegnativa tournèe del 2004.

Nelle arti figurative, un magnifico affresco del Pinturicchio può essere ammirata alla National Gallery di Londra: “La riconciliazione di Coriolano”, del 1508. Si ricordi, infine, l’ouverture Coriolano (Op. 62) scritta da Ludwig Van Beethoven nel 1807 per la tragedia del Collin del 1804, da ascoltare nella notevole registrazione di Herbert von Karajan con i Berliner Philharmoniker. Questa ouverture era particolarmente amata da Arturo Toscanini, che di essa ci ha lasciato ben sei registrazioni.

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Il Coriolano di Shakespeare: riassunto e analisi

La vicenda si apre nelle piazze di una Roma agitata dal risentimento del popolo che, dopo la cacciata dei re Etruschi per mano dei Tarquini, è affamato, perchè il Senato impedisce di accedere alle scorte di grano. I ribelli ritengono che il responsabile della decisione sia Caio Marzio, accusato di aver perfino nascosto le derrate alimentari. Alcuni rappresentanti del popolo incontrano prima Menenio Agrippa e poi direttamente Caio Marzio che, con esaltata arroganza, sostiene che i plebei non hanno diritto al grano per non aver combattuto per Roma nell’esercito.

Cosa volete, cani, che non amate né la pace. Né la guerra? L’una vi atterrisce, L’altra vi rende insolenti. Chi si fida di voi volpi, oche? Chi merita grandezza merita il vostro odio e le vostre inclinazioni sono come l’appetito di un malato che desidera di più ciò che accresce il suo male. […] Di voi scopre, dove vorrebbe trovare leoni, che siete lepri; o del carbone che arde sul ghiaccio. O della grandine al sole. La virtù vostra sta nel considerare degno l’uomo la cui colpa lo fa punire e nel maledire la giustizia che l’ha fatto. Impiccatevi! Fidarsi di voi? Cambiate opinione ogni minuto, Chiamate nobile ciò che un momento prima odiavate, e vile colui che era la vostra ghirlanda. Nei diversi luoghi della città gridate contro il nobile Senato, che, sotto l’egida degli dei, vi tiene a freno, voi che altrimenti vi divorereste l’un l’altro? – Coriolano, “Coriolano” di Shakespeare, frasi

Emergono dunque le figure di Sicinio Veluto e Giunio Bruto, i tribuni della plebe, che denunciano apertamente la superbia di Caio Marzio, il quale intanto si lancia rapidamente nell’ennesima lotta a difesa a Roma, spostandosi con le sue truppe scelte a Corioli, vicino Anzio, per respingere l’assalto dei Volsci capeggiati dal suo acerrimo nemico Tullo Aufidio.

Io ho il torto di invidiare la sua nobiltà e se fossi altro da quello che sono, vorrei essere soltanto lui. Se metà del mondo fosse in lotta con l’altra e lui dalla mia parte, io mi rivolgerei per fare la guerra solo con lui. È un leone che sono fiero di cacciare. – Coriolano su Tullo Aufidio. – “Coriolano” di Shakespeare, frasi

L’impresa di Corioli non placa le masse

L’eroismo con cui Caio Marzio riesce ad espugnare Corioli è quasi divino e per tale motivo, appena tornato vittorioso a Roma, il Senato non solo gli conferisce il patronimico d’onore “Coriolano“, ma lo nomina generale, e gli propone anche la carica di Console.

Credo che una morte coraggiosa abbia più peso di una vita malvagia e che la patria mi sia più cara di me stesso. – “Coriolano” di Shakespeare, frasi

Per tale carica, tuttavia, è necessaria anche l’approvazione della plebe che però, istigata dai tribuni Sicinio e Bruto e memore della sua arroganza nella vicenda del grano, gli resta ostile.

«Se dovessi dire dell’opera di questo giorno, tu non crederesti alle tue stesse imprese» – Comino
«Mia madre, che ha diritto di vantare il mio sangue, quando mi loda mi affligge» – Coriolano
«Roma deve conoscere il valore dei suoi meriti. Sarebbe un silenzio peggiore di un furto, non meno di una calunnia, nascondere le tue gesta» – Comino
«Io ho su di me ferite che dolgono nel sentirsi raccontate. Preferirei essere loro servo a modo mio piuttosto che comandarli a modo loro» – Coriolano

Nonostante l’entusiasmo di chi ha combattuto al fianco di Coriolano e lo vorrebbe Console, nonostante la ritrosia del generale che in un angolo del Senato dichiara: «Preferirei che uno mi grattasse la testa al sole quando è suonato l’allarme piuttosto che stare seduto in ozio a sentire magnificare le mie imprese da nulla», i due tribuni della plebe si spingono oltre e ordiscono una trama per eliminare Coriolano. Aizzano una nuova ribellione popolare contro la sua nomina a console. A nulla valgono le parole accorate di Menenio al Campidoglio.

Da soli potete fare ben poco. Le vostre qualità sono troppo infantili perché possiate fare molto da soli. Voi parlate di superbia, …oh se poteste girare gli occhi verso le vostre collottole e fare un esame interno del vostro bravo io! – “Coriolano” di Shakespeare, frasi

Dalla fierezza allo sdegno

Venuto a sapere della congiura, Coriolano si infuria e disprezza il popolo, sentenziando che dare la possibilità ai plebei di avere influenza sui patrizi è come permettere ai corvi di beccare le aquile.

Non è mai stato mio desiderio infastidire i poveri facendo l’accattone. (…) Se l’usanza prevalesse in tutte le cose che facciamo la polvere sul tempo antico non verrebbe spazzata e la montagna dell’errore diventerebbe troppo alta perché la verità potesse superarla. – “Coriolano” di Shakespeare, frasi

Ne consegue che Bruto e Sicinio condannano Coriolano per tradimento della Patria e ne dispongono l’immediato esilio. Un senatore, che sembra essere sulla scena proprio per esprimere il sentimento più vero di Shakespeare in merito all’aspra questione, a chiusura della scena dice:

«Ci sono stati molti grandi uomini che hanno lusingato il popolo senza mai esserne amati, e molti che il popolo ha amato senza sapere perché. Così se amano senza sapere perché, odiano senza un motivo migliore.» – alterego di Shakespeare

«La mia anima soffre nel sapere che quando due autorità convivono e nessuna domina l’altra presto la confusione può entrare nello spazio tra le due e distruggere l’una con l’altra (…) il disonore vostro danneggia il vero giudizio e prova lo stato di quella integrità che dovrebbe sostenerlo non avendo il potere di fare il bene che vorrebbe a causa del male che lo governa. (…) Voi, cani bastardi, il cui fiato io odio come miasmi di una putrida palude, e il cui amore stimo come le morte, carcasse di uomini insepolti che corrompono la mia aria- Io bandisco voi! E rimanete qui con la vostra incertezza. Il minimo rumore scuota i vostri cuori, agitando una piuma i vostri nemici vi gettino nel terrore! Abbiate ancora il potere di bandire i vostri difensori, finché alla lunga la vostra ignoranza – che non vede se non sente – vi consegni come vili prigionieri, e che farà di voi stessi i vostri nemici a qualche popolo che vi avrà vinto senza colpire. Disprezzando per voi la città, così le volto le spalle. C’è un mondo altrove» – Coriolano

La ferale vendetta

Coriolano, amareggiato e infuriato, da esiliato decide di chiedere ospitalità proprio a quell’Aufidio che ha appena sconfitto a Corioli, offrendogli pieno appoggio nel marciare a capo del suo esercito contro quello romano. Appena entrato nel palazzo di Aufidio, un servitore lo riconosce e gli rivolge così la parola: «Le tue vele sono lacere, ma tu sei un nobile vascello» – e qui ancora sembra prendere la parola direttamente Shakespeare, che per tutta la vicenda non lascia dubbi su chi sia il suo eroe.

Puro e fulgido nella limpidezza dei suoi nobili sentimenti, ancora ferito dall’esilio e assetato di vendetta, Coriolano offre la sua spalla al nemico già sconfitto, e per convincerlo ad allearsi confida ad Aufidio

«Non esitare la mia sventura a tuo vantaggio. Se tu però non volessi (…) Offro a te e al tuo odio antico la mia gola» – Coriolano

«Sfido il tuo amore con lo stesso calore e la stessa nobiltà con cui, con forza ambiziosa, sfidai il tuo valore» – Aufidio

Aufidio e i volsci sono dunque felici di accontentarlo nel suo progetto di rivalsa, e partono ben armati alla volta di Roma. Restano fulgide le parole di stima che Shakespeare fa pronunciare ad Aufidio, nel testimoniare la sua ammirazione nei riguardi di Coriolano, ma nel constatare la storia umana.

Lui sarà per Roma ciò che è per il pesce il falco pescatore, che se lo prende per sovranità natura. Dapprima fu un loro degno servitore ma poi non seppe portare i suoi onori con misura. Forse la superbia che finisce col guastare l’uomo fortunato che ha successo ogni giorno. Fosse per mancanza di giudizio, fosse per un carattere che lo faceva essere soltanto una cosa, senza muoversi dalla corazza al cuscino, comandando la pace con la stessa durezza con cui controllava la guerra. Pure ha un merito che a dirlo è soffocato. Così le nostre virtù sono soggette all’interpretazione dei tempi. Fuoco scaccia fuoco, chiodo scaccia chiodo. Un diritto è annullato da un diritto più pieno, la forza è vinta dalla forza. – Aufidio, “Coriolano” di Shakespeare, frasi

I nobili romani, terrorizzati da quanto accade, mentre Menenio (disperato) ricorda alla folla: «Noi l’amavamo ma come bestie e nobili codardi cedemmo alla vostra plebaglia che lo cacciò con urla dalla città», provano in ogni modo a sventare l’attacco di Coriolano in via diplomatica, ma neanche i suoi amici e principali estimatori, Cominio e Menenio Agrippa, riescono a sedare la sua furia.

La Pietas letale

C’è una differenza tra il bruco e la farfalla, ma la farfalla prima era un bruco. Questo Marzio è mutato da bruco a drago. Ha messo le ali, è più di un essere che striscia […] L’asprezza del suo volto fa inacidire l’uva matura. Quando cammina si muove come una macchina da guerra, e al suo passo la terra si restringe. È capace di trapassare una corazza con l’occhio, parla come una campana e brontola come una batteria. Siede in trono come la statua di Alessandro. Quando dà un ordine, questo è subito eseguito. Per essere un dio gli manca solo l’immortalità e un cielo in cui troneggiare. In lui non c’è più misericordia che latte in una tigre – Menenio, “Coriolano” di Shakespeare, frasi

Si lamenta disperato Menenio, cui Coriolano rifiuta di rivolgere anche solo un cenno di saluto. Solo sua madre Volumina ottiene un insperato trionfo, arrivando con la moglie Virgilia e il figlio Marzio ad inginocchiarsi ai piedi di uno statuario Coriolano per rivolgergli un’accorata e drammatica preghiera.

Figlio, tu hai mirato all’onore più fine, imitando le qualità degli dei, Spaccando col tuono le grandi guance del cielo e caricando la tua polvere con un fulmine capace di colpire soltanto una quercia. (…) E gli dei ti perseguiteranno perché mi neghi il rispetto dovuto a una madre. A terra donne! Svergogniamolo mettendoci in ginocchio. Al suo soprannome, Coriolano, si addice più la superbia che la pietà per le nostre preghiere. Basta! – Volumina

La virtù consiste nell’essere ostinati. Ma mia madre si inchina come se l’Olimpio si curvasse supplicando davanti a una talpa. Non sarò così sciocco da obbedire agli istinti ma sarò saldo come un uomo autore di se stesso e che non conosce altra parentela. (…) Ti inginocchi davanti a me? Davanti al figlio rimproverato? E allora i ciottoli sulla spiaggia infuriata colpiscano le stelle e i venti ribelli scaglino i cedri orgogliosi contro il sole in fiamma, assassinando l’impossibile per rendere facile impresa quello che non può essere. – Coriolano

Le parole strazianti di Volumnia scalfiscono la corazza dell’eroe, aprendolo ad una profonda analisi introspettiva. Poi, rivolgendosi anche ad Aufidio, Coriolano dice:

Oh madre, che cosa hai fatto? Guarda i cieli si aprono e gli dei vogliono gli occhi in basso e ridono di questa scena innaturale. (…) Aufidio, se non posso fare una vera guerra farò una pace conveniente. – “Coriolano” di Shakespeare, frasi

Coriolano appronta la firma della pace tra Volsci e Romani, ma una delegazione di Volsci, capeggiata proprio da Aufidio, considerano la cosa un oltraggioso tradimento, e uccidono Coriolano. Echeggiano le parole di Aufidio, che aveva tanto amato l’eroico e quasi divino Coriolano, ora colpito a morte proprio per sua mano.

Muore, come un uomo avvelenato dalle proprie elemosine e ucciso dalla propria carità. – Aufidio, “Coriolano” di Shakespeare, frasi

Beethoven – Coriolan Overture, Op 62 – Muti

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