“Gemito, l’arte d’o pazzo” di Antimo Casertano sul filo tra follia e genio

"Gemito, l'arte d'o pazzo" di Antimo Casertano. L'uomo sostiene sulla schiena un marmo possente

“Gemito, l’arte d’‘o pazzo” in scena al Teatro Piccolo Bellini di Napoli ha come protagonista lo scultore napoletano Vincenzo Gemito. Il testo scritto e diretto da Antimo Casertano non è una biografia, non racconta le vicende salienti della vita dell’artista. Piuttosto scava nell’interiorità dello scultore, nella sua psiche, rendendo concreti e tangibili i fantasmi della sua pazzia. I volti che lui vedeva, le persone con cui comunicava nella sua mente, diventano esseri in carne e ossa. Le conversazioni diventano reali, come anche le voci che lui sentiva lasciando entrare lo spettatore nei più profondi meandri dei suoi pensieri.

Sul palco un blocco di marmo e veli di voci

Il palco vuoto è ricoperto da veli neri che nascondono le quinte. Al centro, sullo sfondo, c’è l’unico oggetto di scena: un blocco di marmo da scolpire. Vincenzo Gemito è in manicomio, chiuso nella sua stanza. Eppure non è solo. Due personaggi con abiti di colore bordeaux sono ai lati del palco. Chi sono? Un uomo e una donna in apparenza. Ma farfugliano, dicono cose. Sono le voci della mente dell’artista, l’incarnazione del suo inconscio.

Poi Vincenzo fugge e torna a casa. Quegli individui diventano qualcun altro. La donna ora è sua moglie, l’uomo un amico. Ma i dialoghi con loro avvengono nella testa dello scultore o sul serio? C’è un continuo tormento, un’ansia irrefrenabile. La verità qual è? Dov’è? Un’intermittenza tra il mondo esterno e quello interiore. La mente si accende e si spegne proprio come le luci che rappresentano dei lampi durante una tempesta. Cos’è reale? 

La statua di Carlo V e una verità non troppo nascosta

Vincenzo era chiuso in manicomio, ora è chiuso in casa. Il palco diventa la sua stanza e metaforicamente rappresenta la sua mente. Ciò che viene ricreato in scena è ciò che accade nella testa dell’artista con alcune intermittenze dal mondo reale. Il dubbio è costante. Vincenzo parla con sua moglie o con se stesso? Ride con il suo amico o con una proiezione che nasce dalla sua mente? Una cosa è certa, lo scultore non è mai solo nonostante la volontà di isolarsi per produrre la sua arte. Infatti, dietro al blocco di marmo è nascosto qualcosa. Un essere umano o un fantasma? Qualcosa di reale o di immaginario? È il tormento dell’artista, è la scultura di Carlo V. 

La crisi esistenziale di un genio folle: realtà o immaginazione?

Il teatro accoglie gli spettatori facendoli immergere in un’atmosfera rarefatta, prodotta da una macchina del fumo che dalle quinte riempie la sala di leggere nuvole. Alcune di esse restano immobili, sospese nell’aria, creando la sensazione di essere immersi in un luogo coperto. Così, il pubblico entra in un luogo intimo ma annebbiato, proprio come se fosse una mente offuscata. È la mente di Vincenzo Gemito, velata dalle sue paure e da un senso di inadeguatezza. È la mente di un artista tormentato dai suoi fantasmi, in cui vive proprio quello della sua scultura di Carlo V. Lì, non soltanto aleggia una nebbia fitta che ne stravolge i pensieri e la percezione delle cose, ma anche la certezza che nel mondo al di fuori non c’è davvero un posto per lui.

Antimo Casertano mette in scena la crisi esistenziale di un genio folle, rendendo concreti e tangibili i suoi demoni interiori. Ma tutto quello che vede Gemito è realtà o immaginazione? Accade davvero oppure soltanto nella sua testa? Quegli incontri sono reali o sta parlando da solo? Vincenzo se lo chiede, dubita, è confuso, e con lui il pubblico che diventa spettatore delle sue crisi. Con un palco spoglio, con 4 attori in scena, gli spettatori sono portati ad esplorare il mondo della mente di un artista, il cui genio si macchia della sua follia. “Gemito, l’arte d’‘o pazzo” riesce a ricreare l’interiorità di un essere umano che si perde continuamente, portando il pubblico ad indagare parte dell’animo umano e ad arrivare ad alcune consapevolezze di sé attraverso l’analisi dell’altro.

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