“The Breakfast Club” di Hughes sulle difficoltà dell’adolescenza

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"The Breakfast Club" di John Hughes

“The Breakfast Club” di John Hughes nasce da una sceneggiatura scritta in soli due giorni e rientra nel genere cinematografico brat packUn classico degli anni ‘80 che, a differenza delle più comuni commedie americane per ragazzi, si immerge nell’animo degli adolescenti e ne mostra le emozioni, le difficoltà, i timori e le speranze. Queste, insieme alla volontà di essere compresi, alle aspettative e all’identificazione, rendono la pellicola di Hughes un’opera tutt’oggi moderna, in cui si rispecchiano gli adolescenti di ogni tempo. 

«And these children that you spit on as they try to change their worlds are immune to your consultationsThey’re quite aware of what they’re going through..» – David Bowie 

Lotta agli stereotipi in “The Breakfast Club” di John Hughes

Sabato 24 marzo 1984, cinque studenti del Liceo Shermer devono passare la giornata in punizione. L’ambientazione del film è l’interno della scuola, in particolare la biblioteca a cui fanno da contorno i corridoi e l’ufficio del Sig. Vernon (Paul Gleason). La fotografia di Thomas Del Ruth mostra un’illuminazione completamente artificiale, che si rifà a quella della struttura scolastica. I colori sono luminosi e vari. Ognuno di essi rispecchia in particolar modo l’abbigliamento dei giovani sottolineando gli stereotipi rappresentati. Brian Johnson (Anthony Michael Hall), il secchione, indossa un semplice maglioncino verde e un pantalone beige. Andrew Clark (Emilio Estevez) è lo sportivo e indossa una canotta blu. Claire Standish (Molly Ringwald) rappresenta la principessina perciò ha una camicetta rosa. Allison Reynolds (Ally Sheedy) equivale alla disadattata ed è completamente vestita di nero. John Bender (Judd Nelson), infine, è il criminale ed è trasandato. 

«Tutti siamo un po’ strani, solo che alcuni di noi sono più bravi a nasconderlo.» – Andrew 

Ogni personaggio si differenzia dall’altro. I ragazzi provengono da realtà differenti e la loro diversità si rispecchia persino nel cibo che portano a scuola. Inizialmente si sentono completamente lontani gli uni dagli altri. Si scontrano – soprattutto perché Bender li punzecchia tutti – ma, pur non conoscendosi, mostrano ben presto un’innata solidarietà. Appartengono alla stessa generazione e, anche se inconsciamente, condividono sentimenti, sogni, angosce e paure. È proprio questa condivisione che li porta piano piano sulla strada dell’intesa e della complicità. 

Il rapporto con i genitori

Nonostante la semplicità tecnica, “The Breakfast Club” – il cui formato dell’inquadratura è 1:1,85 – ha un’eccezionale profondità tematica. Per buona parte del film, il pubblico assiste ad una commedia all’apparenza semplice. La vicinanza e la collaborazione dei personaggi li porta a sentirsi amici e inizialmente lo dimostrano con poco: fischiettando, fumando o ballando insieme. Quando si rendono conto che per tutti loro il rapporto con i genitori è complesso, capiscono di essere nella stessa situazione. Claire lamenta di essere usata dai genitori durante i loro litigi. Dimostra di essere così com’è perché spinta a seguire il comportamento e l’atteggiamento delle persone del gruppo a cui appartiene. I genitori di Allison non si prendono cura di lei, la ignorano. La giovane ha desiderio di aprirsi, di comunicare con qualcuno. Bender, invece, subisce violenza verbale e fisica da parte dei genitori. Lo rappresenta ricreando un dialogo: un chiaro segno di sfogo del giovane. 

«Andrew tu devi essere il numero uno. Io non voglio avere nessun perdente in famiglia. […] Vinci!» –Andrew 

Andrew biasima suo padre per la pressione sotto cui lo pone, causa scatenante dell’aggressione ai danni di un ragazzo della scuola – gli attacca del nastro adesivo ai genitali-. Un’azione che se da un lato voleva farlo apparire in gamba agli occhi del padre, dell’altro risulta umiliante ripensando alla scena: una situazione senza via d’uscita. Alla stessa pressione è sottoposto Brian, che però deve prendere sempre ottimi voti. Proprio questa insistenza lo stava spingendo al suicidio per un’insufficienza.  

“The Breakfast Club” di John Hughes. L’adolescenza e la paura di diventare grandi

«- Mio Dio, assomiglieremo ai nostri genitori? 
– Io no, mai.
– È inevitabile, è già successo.»

È evidente che i ragazzi temono di diventare ciò che sono i loro genitori, gli adulti che li circondano. Loro com’erano da giovani? Erano già quello che sono adesso? Chi stabilisce cosa si diventerà? Si seguirà il marchio di fabbrica dell’etichetta a cui si appartiene da giovani? Il Sig. Vernon è un chiaro esempio di ciò che non si vorrebbe diventare. Un uomo adulto, nervoso, scontroso con gli adolescenti da cui è malvisto.  

«Quando cominci a crescere, il tuo cuore muore.» – Allison 

Davvero è così che funziona? Da grandi si perde tutto ciò che si era da giovane? Tutte le emozioni, i sogni, la speranza di ciò che si vuole essere e la paura di ciò che si può diventare. Si perde la solidarietà e il senso di appartenenza? Carl (John Kapelos), il bidello, dimostra che i sentimenti, l’umorismo, la semplicità di essere chi si è veramente, con tutte le proprie sfaccettature, non muoiono crescendo. Ognuno può essere chi vuole, come vuole, senza sottostare alla categoria a cui si appartiene. 

Don’t you forget about me dei Simple Minds

«Cosa succederà lunedì, quando saremo mischiati con gli altri? Ormai io vi considero miei amici. Non mi sto sbagliando, vero?» – Brian  

Una volta superata la barriera degli stereotipi, i giovani liceali hanno creato un legame. Si sono scontrati, confrontati e hanno capito di avere molto in comune. Sanno che in ognuno di loro può esserci un genio o un atleta, una disadattata, una principessina o un criminale. Infatti, quando il Sig. Vernon legge il tema di Brian – scritto a nome di tutti – viene ripresa la citazione iniziale della pellicola. 

«Caro Signor Vernon, accettiamo di restare chiusi a scuola sacrificando il nostro sabato, qualunque sia stato l’errore che abbiamo commesso. […] Pensiamo che lei sia proprio pazzo a farci scrivere un tema nel quale dobbiamo dirle che cosa pensiamo di essere. Che cosa gliene importa? Tanto lei ci vede come vuole.» 

Temono però che ciò che gli si è rivelato durante la punizione, ossia che in ciascuno di loro c’è un pezzo di un altro, sparisca con il ritorno a scuola del lunedì. Parlando della propria vita e dei propri problemi, i ragazzi sono riusciti a raggiungere una sorta di libertà. Hanno capito di essere umani e non soltanto etichette imposte dalla società o dai loro stessi genitori. Non vogliono dimenticare ciò che è successo, il traguardo che hanno raggiunto. “The Breakfast Club” di John Hughes si apre e si chiude con “Don’t you (Forget about me)” dei Simple Minds. 

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