“Tralummescuro” di Francesco Guccini. Testimonianza poetica del passato

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Tralummescuro di Francesco Guccini

Il tempo è crudo e non guarda in faccia niente. La natura, gli uomini, le cose gli girano intorno e si adattano come possono. La vita è sua complice, ed uguale per durezza e transitorietà. Eppure, d’altro canto, c’è una premura, o un’illusione, di mantenere tutto com’era, e come ancora sembra. Di questo parla “Tralummescuro” di Francesco Guccini.

«Il vento del tempo ha spazzato via tutto, era gente viva e qui ci viveva e camminava per quelle strade, quei sentieri, portando pesi, ora vietati per legge, portando attrezzi agricoli (un pennato, un’accetta, una zappa, un picco), andando a moroso, tornando da cene, da un ballo, da un matrimonio e avventure ribalde. Ora è silenzio, vegetazione che soffoca i lastricati di pietre, stagioni che fanno crollare di frana i muretti a secco, voci d’animali e d’uomini che non si sentono più, solo strade per cinghiali e daini e caprioli. E qualche lupo.»

“Tralummescuro” di Francesco Guccinie il suo sguardo malinconico

«Il panorama non sembra cambiato, il sole sorge sempre là dove sorgeva e tramonta al solito posto, certo. Ma se guardi bene, è cambiato quasi tutto. È cambiata una civiltà.» –“Tralummescuro. Ballata per un paese al tramonto” di Francesco Guccini

Il Tralummescuro è proprio questo, il momento tra luce e buio, l’imbrunire, anche se all’orecchio dell’autore questa spiegazione stona parecchio. Questa dolcezza malinconica pervade l’intera nuova opera di Francesco Guccini, il quale ripercorre tappe della sua infanzia, e del suo presente, nel remoto paesino di Pavana.

Mai sottotitolo fu più azzeccato. “Ballata per un paese al tramonto” riassume perfettamente tutto quello che si incontra tra le pagine: il tono è cadenzato, modulato, come opera di un cantore d’altri tempi. L’ambientazione è quella di un paesino del centro Italia, con le sue tradizioni, la sua gente, ma non c’è nulla di topico o standardizzato. Infatti, si ha la percezione netta che il racconto sia stretto al cuore e al ricordo di Guccini, e che gli appartenga in maniera indissolubile. L’uso, a varie frequenze, della seconda persona, per esempio, chiarisce tale rapporto. L’autore sembra parlare al se stesso bambino e ragazzo, da un punto di vista attuale, delineando le inevitabili differenze tra passato e presente.

La campagna di Pavana e Modena. “Tralummescuro. Ballata per un paese al tramonto” di Francesco Guccini

Questa tenerezza fa da sottofondo al “Tralummescuro” di Francesco Guccini, e le reminiscenze impresse nell’autore sono il testo principale. Il richiamo del fiume, memoria dei giochi infantili e dei primi contatti con l’altro sesso; gli usi e i costumi delle nonne, ultima generazione di vere massaie. E poi la flora e la fauna dei vicini Appennini e delle campagne tutte intorno. Una presenza, fissa e costante, completa il paesaggio: il mulino di famiglia. Tutto sembra portare con sé il peso del tentativo di comunicare con i vivi, e la rinuncia dell’intento, inattuabile. Lo spirito con cui Guccini entra nel vivo della cronaca pavanese è duplice. Da un lato, è imbevuto di nostalgia della vita agreste, corroborata dalla sua nota ostilità per Modena, o “Città della Mòtta”, come disincanto dalla semplicità del paese. Dall’altro, non è indiscriminatamente esaltato da tutto ciò che ha un sapore passato, perciò ironizza spesso su vecchie credenze dall’ignota origine.

Il confronto con le canzoni capolavori. La poetica del dubbio

In “Tralummescuro” di Francesco Guccini il parallelismo con alcune delle sue canzoni più celebri è spontaneo, e totalmente in linea con il contenuto dell’opera. “Radici” è uno dei suoi primi album, in cui rievoca le immagini della campagna pavanese ed in cui scava nella storia personale e familiare. E forse “Tralummescuro” è anche un prolungamento di uno dei temi che a Guccini è più caro e che lo ha ispirato fortemente. Non è un caso che, leggendo alcune righe nel libro sui veterani di guerra o sui vecchi emigrati in ogni parte del mondo, si possano sentire le note di “Amerigo”, composta per raccontare le esperienze in America di un suo prozio. Pavana è sempre protagonista, come punto di partenza o come mèta verso cui tornare.

Perciò, ci lascia una testimonianza di chi e cosa ha popolato quei monti assolati e fioriti, degli artigiani di un tempo e di un linguaggio definitivamente perduto. La scrittura di Guccini, per nulla facile, è una costante ricerca del termine più azzeccato ed è così ponderata da risultare, ad oggi, davvero rara: per questo, comunica efficacemente la perdita del vissuto di intere generazioni. Non si può non apprezzare con un certo stupore la cura nella resa di alcune parole, ornate di accenti e segni diacritici, guide ad una lettura consapevole ed esatta. In più, il glossario finale, che traduce voci dialettali in italiano, e ne riassume spesso la storia etimologica, colora la ballata di note elegiache che riportano alla mente le canzoni trobadoriche o le cronache locali di secoli fa.

Un’ultima nota gucciniana è data dal dubbio finale che coglie il lettore: nel mezzo del tralummescuro, siamo in attesa del buio, della morte definitiva, o lo stiamo attraversando in vista di un giorno e una luce nuova?

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