“Ulisse. L’arte e il mito”. Un viaggio di formazione fino ad oggi

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"Ulisse. L'arte e il mito". Sirena di Waterhouse

Un viaggio nel viaggio. Un viaggio di conoscenza nell’odissea del mito illustrata dai grandi artisti della storia. “Ulisse. L’arte e il mito” è il titolo della mostra di grande livello espositivo che i Musei San Domenico di Forlì propongono per il 2020. Affronta il tema affascinante del mito di Ulisse che domina la cultura dell’area mediterranea da tremila anni ed oggi è universale. Ogni epoca si è rispecchiata in Ulisse e la mostra si configura come una grande storia che gli artisti hanno raccontato nel corso del tempo.

Un allestimento scenografico, ma al tempo stesso rigoroso e classico, per una mostra complessa. Con 50 sculture, 150 dipinti e 1 cavallo distribuiti su 1000mq, indaga la figura di Ulisse e stabilisce la relazione tra arte e mito. Mito che si è fatto storia e si è trasmutato in archetipo, idea, immagine. Il contributo dell’arte è stato decisivo nel trasformare il mito, nell’adattarlo, illustrarlo, interpretarlo continuamente in relazione al proprio tempo.

«La vasta ombra di Ulisse si è distesa sulla cultura d’Occidente. Dal Dante del XXVI° dell’ Inferno allo Stanley Kubrick di “2001 – Odissea nello spazio”, dal capitano Acab di “Moby Dick” alla città degli Immortali di Borges, dal Tasso della “Gerusalemme liberata” alla Ulissiade di Leopold Bloom l’eroe del libro di Joyce che consuma il suo viaggio in un giorno, al Kafavis di “Ritorno ad Itaca” là dove spiega che il senso del viaggio non è l’approdo ma è il viaggio stesso, con i suoi incontri e le sue avventure» – Antonio Paolucci

“Ulisse. L’arte e il mito”. La divina assemblea

La chiesa che funge da sala d’ ingresso alla mostra, monumentale e grandiosa, non a caso è riservata al Concilio degli dei dell’Olimpo. Tra statue di marmo, calchi e bronzi dell’antichità le divinità sono tutte presenti: Hermes, Ares, Demetra, Apollo, Venere, Atena, Giove, Hera, Zeus. Si trovano qui riunite per orientare e governare le vicende terrene di Ulisse, eroe tanto caro ad Atena. La gigantesca tela a olio di Rubens, realizzata tra il 1602 e il 1603 a Mantova sotto l’influenza di Correggio e Giulio Romano, domina il tema della divina assemblea. Insieme al “Cavallo” in alluminio di Mimmo Paladino del 2014, che evoca il cavallo di Troia, e al video del 2012 “The Encounter” di Bill Viola imposta il confronto tra antico, moderno e contemporaneo.

In mezzo alla sala si stende il relitto di una nave greca arcaica simbolo della peregrinazione marinara di Ulisse, che incarna il viaggiatore per eccellenza. L’elaborazione del mito nell’antichità è affidata alla pittura vascolare greca su vasi, anfore e crateri e ai bassorilievi. Lunga serie di coppe, terracotte votive, ceramiche decorate a figure rosse o nere che illustrano i vari episodi dell’Odissea.

La ripresa dei modelli antichi

La cultura romana e l’arte etrusca proseguono nell’elaborazione del mito in chiave emotiva, patetica, eroica e avventurosa con una varietà di supporti estremamente diversificata. Due busti di Omero del II sec. D.C., bassorilievi in marmo e alabastro accanto a teste marmoree di Circe, Afrodite e di un atleta. Molto raccontato l’episodio del Ciclope. Fa la sua prima timida comparsa Penelope. Urne etrusche raffiguranti Ulisse e le Sirene. Sirene in marmo pentelico e argille in forma di sirena. Le sirene sono il tema fortunatissimo che ha sbrigliato la creatività degli artisti in epoca antica. Del resto com’è difficile resistere al loro canto ammaliante!

«… alle sirene non sfuggì l’agile nave
che s’accostava: e un armonioso canto intonarono.
“Qui, presto, vieni, o glorioso Odisseo, grande vanto degli Achei,

ferma la nave, la nostra voce a sentire.
Nessuno mai si allontana di qui con la sua nave nera,
se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce;
poi pieno di gioia riparte, e conoscendo più cose».

Odissea , Libro XII, vv. 183-189

L’eredità romana

Le vicende di Ulisse affiorano da alcuni affreschi staccati di Arte Romana che ricordano come la rappresentazione delle gesta dell’eroe omerico fosse consueto nella decorazione pittorica delle domus. Imperversa ancora il tema del ciclope declinato nei modi più diversi: un busto di Polifemo, statue e statuette varie con Ulisse, Ulisse e Polifemo, frammenti di sarcofaghi con Ulisse e compagni in fuga sotto il vello degli arieti. Brilla nella luce del suo marmoreo candore, isolata in una nicchia a lei riservata, l’Afrodite cosiddetta Callipige, esemplare del II sec.d.C.

Ulisse all’inferno

Nel Medioevo è Dante che si fa carico di una nuova visione del mito e del superamento del mondo antico. Grazie al Canto XXVI dell’Inferno:

«Noi capiamo che Ulisse è diventato nostro contemporaneo, è ormai fraterno alle nostre paure e alle nostre speranze» – Antonio Paolucci

Nel Rinascimento Ulisse incarna le virtù del principe e dell’ideale rinascimentale. Le narrazioni omeriche sono dipinte su cinque cassoni nuziali del Quattrocento con l’episodio ricorrente del Cavallo di Troia. Preziose miniature da codici membranacei sono raccolte in teche. Si registra in questa epoca la fascinazione per le figure femminili di Circe e Penelope regina degli affetti familiari e delle virtù domestiche.

Un disegno e un inchiostro di Parmigianino del 1524-26, acqueforti, disegni a matita rossa di Polifemo, una vetrata policroma del 1500 con la storia di Ulisse. Un lavoro a tecnica mista su carta di Filippino Lippi del 1400, in cui compare Laocoonte, funge da preludio alle due abbaglianti statue in marmo a lui dedicate: quella del 1570 di Vincenzo De’ Rossi e un calco in gesso del Laocoonte dei Musei Vaticani.

“Ulisse. L’arte e il mito”. umane passioni e natura ideale

Gremite di meravigliose tele, prevalentemente a olio, le sei sale blu al primo piano. Si comincia dal mito nel ‘600 con gli effetti scenici di artisti importanti del calibro di Rubens, Guercino e Claude Lorrain, che testimoniano la popolarità delle vicende ulissiache nelle Fiandre e nei Paesi nordici. Colpisce l’intera parete dedicata alla maga Circe, ritratta in tutte le sue declinazioni, come pure il grande arazzo fiammingo del 1665-66, in lana e seta con fili d’oro e d’argento, che sovrasta la rampa di scale e dove si narra l’ incontro di Ulisse con la semidea che, minacciata, si getta ai suoi piedi e se ne innamora. A riscontro dell’ossessione per la maga in questo secolo.

Le forme neoclassiche del mito idealizzano in modo particolare Ulisse e i suoi compagni. Un grande interprete del mondo omerico è Francesco Hayez, presente con ben quattro tele tra cui spicca quella con Laocoonte avvolto dai serpenti. Il Parnaso affiancato da 2 statue marmoree della coppia divina Giove e Giunione che si fronteggiano. Due gli oli su tela della pittrice Angelica Kauffman, che si distingue per la sensibilità con la quale colora la nostalgica posa di Penelope sospirante al telaio e la sofferenza riflessiva di Telemaco in attesa del padre.

Seduzione e morte nel canto delle Sirene

Alle soglie della modernità le figure marine metà donna e metà pesce appaiono in numerosi dipinti svincolate però dal contesto narrativo del mito, isolate in contesti enigmatici e portatrici di nuovi e complessi universi femminili. Va letta in questa prospettiva la “Sirena” di Waterhouse che si palesa come l’incarnazione assoluta della tentazione femminile, sensuale bellezza dalle perfette anatomie, con gli occhi fissi e i lunghi capelli rossi sciolti che le avvolgono il corpo pisciforme.

“Ulisse. L’arte e il mito”. Dal Romanticismo al Simbolismo

Se l’incontro tra Ulisse e Nausicaa di Rémond fa ancora parte dei temi privilegiati della stagione neoclassica, il naturalismo romantico si riscontra nei due drammatici e commoventi riconoscimenti di Ulisse, da parte della vecchia nutrice Euriclea e del figlio Telemaco, e soprattutto nelle sculture. Come il marmo di Calmels che esalta il fascino di Calipso rappresentandola seduta sulla riva del mare in malinconico struggimento per la partenza di Ulisse. O come il bronzo del protagonista nell’atto di tendere l’arco eseguito da Grandi che ne fissa la tensione eroica.

Nell’atmosfera decadente di fine secolo ritorna la figura di Circe che diventa un soggetto emblematico della poetica e dell’ideologia del simbolismo, per quanto riguarda la concezione della donna e la sua emancipazione. Nella splendida “Circe invidiosa” Waterhouse la presenta come conturbante incarnazione della donna fatale che esercita il suo potere distruttivo.

Ulisse senza Itaca

Si arriva così al XX secolo quando la rivisitazione del personaggio omerico da parte degli artisti si allinea con lo spirito irrequieto dei tempi. Tra suggestioni fantastiche e tendenze realistiche, molti sono i grandi dell’arte moderna che si sono cimentati con questo tema più che altro con reazioni individuali: Max Klinger, Cambellotti, Sironi, Carrà, Cagli, Scipione, Leoncillo e altri. I fratelli Giorgio De Chirico e Alberto Savinio ne danno una lettura aggiornata alla loro ricerca stilistica e lo caricano di toni decisamente autobiografici. Come l’autoritratto in forma di Ulisse che De Chirico ha immaginato.

«Solo, desolato, irsuto e selvatico sulla spiaggia del mare» – Antonio Paolucci

Narrami o Musa…

In compagnia delle “Muse inquietanti” di De Chirico e dalla “Musa metafisica” di Carrà, è un Ulisse diverso quello che appare alla fine del percorso e che è poi lo stesso del manifesto della mostra. Si tratta della sua testa in marmo docimio del I sec. d.C. ritrovata nella grotta di Sperlonga e copia da originale ellenistico bronzeo del 170-160 a.C La scultura presenta un’iconografia di Ulisse con caratteristiche e attributi ricorrenti: un volto dall’aspetto maturo e con barba, la capigliatura a riccioli mossi e come copricapo un pileo il berretto usato da marinai e viaggiatori. Lo sguardo vuoto che emerge dalle orbite incavate e la bocca socchiusa invocano la ricerca del senso della vita in un momento in cui sembra irrimediabilmente smarrito.

L’eroe omerico assurge così a metafora dell’uomo contemporaneo a cui non rimane altro che inoltrarsi nei misteri dell’introspezione e della conoscenza, proprio come Ulisse dice ai suoi compagni nel Canto XXVI dell’Inferno di Dante.

«fatti non foste a viver come bruti

ma per seguir virtute e conoscenza»

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