Ulisse nella letteratura del Novecento. L’odissea di un’anima

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Il mito di Ulisse nella letteratura del Novecento
Ulisse deride Polifemo – Joseph Turner

La figura di Ulisse nella letteratura italiana del Novecento e non solo ha riscontrato una grande fortuna, assumendo diversi connotati e simbologie. Dall’antica grecia lo ritroviamo nel XXVI canto Inferno della “Divina Commedia”. Il Sommo Poeta Dante Alighieri, accompagnato da Virgilio nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio, incontra l’eroe greco che, all’indomani della partenza dall’antro della maga Circe, affronta nuove peripezie ed avventure.

«Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza»

Né la dolcezza del figlio, né la pietà del vecchio padre, né l’amore per la devota Penelope sono riusciti a trattenerlo ad Itaca e con una orazion picciola riesce a convincere i suoi compagni a compiere quel folle volo fino a trovare la morte nel naufragio.

«Tre volte il fé girar con tutte l’acque;

a la quarta levar la poppa in suso

e la prora ire in giù, com’altrui piacque,

infin che ‘l mar fu sovra noi rinchiuso.» – Inf. XXVI,vv.139-142

Dante Alighieri accoglie probabilmente una leggenda medievale diversa dal mito classico e fa di Ulisse l’exemplum dell’instancabile desiderio umano di conoscenza.  Nonostante il poeta fiorentino lo condanni  per la sua hybristemerarietà – fraudolenta, si può cogliere una sottile ammirazione verso l’astuto eroe, il polytropos per eccellenza. Entrambi hanno compiuto un viaggio: l’uno, nella sua dimensione pagana, per superare limiti naturalistici e fisici; l’altro, nella sua dimensione cristiana, ha superato i limiti razionali per indagare  quella spirituale e metafisica arrivando alla verità rivelata di Dio. Il mito di Ulisse nella letteratura italiana del Novecento ha ispirato poeti, scrittori e artisti che hanno letto in chiave personale e originale il tema del viaggio come metafora della sfida di ogni limite umano e divino, come triste viaggio dell’esule o come metafora del potere catartico e salvifico del sapere.

La figura di Ulisse nella letteratura. Da Dante Alighieri ad Ugo Foscolo e Giovanni Pascoli

Nel  sonetto “A Zacinto” di Ugo Foscolo (tra il 1802 e il 1803),  il poeta  si paragona ad Ulisse rivolgendo un accorato e nostalgico inno alla propria terra natia nella quale non farà più ritorno. «A noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura»  diversamente dall’eroe «bello di  fama e di sventura» che invece potrà baciare la sua petrosa Itaca e le cui eroiche imprese sono state rese immortali dal canto omerico.

Il mito di Ulisse nel Novecento ritorna nelle sue più diverse ed originali interpretazioni e si può parlare  di “Ulissismo” per definire l’inquieta ricerca della verità da parte dell’uomo che non confida più nelle sue certezze e non riesce più a comunicare, oppure come massima espressione della salvaguardia della dignità umana in un mondo di barbarie e crudeltà più efferate. In Giovanni Pascoli Ulisse, «vecchio  e tremante nella morte», compie il suo ultimo viaggio per ritrovare la coscienza smarrita, ma diventa emblema dell’uomo moderno che ha perso la fermezza d’animo, la solidità interiore e l’integrità della psiche che gli aveva dato Omero. I versi conclusivi della lirica intitolata “L’ultimo viaggio” risuonano come un duro e nichilistico aforisma, in cui crollano il vitalismo e la tensione conoscitiva tanto ammirata da Dante.

«Non esser mai! Non esser mai! più nulla

Ma meno morte, che non esser più»

Ulisse nel Novecento alla ricerca della libertà. Gabriele D’Annunzio e James Joyce

Apparentemente lontana da Pascoli, è la figura di Ulisse nella letteratura di Gabriele D’Annunzio celebrato nel poema intitolato “Maia” del 1903, primo volume dell’ambiziosa ed eccellente prova poetica delle “Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi”. Il viaggio del Laerziade, il Re di Tempeste, viene accolto con emozione dai suoi compagni pronti ad affrontare sotto la sua ègida  pericoli che per l’eroe hanno il loro fascino:

«Ma, se un re volessimo avere,

te solo vorremmo

per re, te che sai mille vie»

Il Re si eleva ad emblema inquietante di un desiderio sfrenato di azione, modello di vita libera e di pienezza eroica, proiezione simbolica di velleitarismo superomistico:

«Si volse egli men disdegnoso

A quel giovine orgoglio

chiarosonante nel vento;

 e il fòlgore degli  occhi suoi

mi ferì per mezzo alla fronte.»

Ma dietro questa tensione vitalistica si cela l’alienazione dell’uomo moderno, ormai smarrito nel vortice della storia e destinato a rimanere  in disparte, a vivere in solitudine e a non ritrovarsi più con i suoi simili. È lo stesso Ulisse, metafora di coscienza frantumata e dai valori dissacrati, che James Joyce coglie nel famoso romanzo “Ulisse” del 1922 in uno stato di insonnia, nel pieno delle sue divagazioni e in un susseguirsi simultaneo di immagini tramite il continuo flusso della propria coscienza.

«due e un quarto che ora bestiale mi dà l’idea che in Cina si stanno alzando a quest’ora e si pettinano i codini per la giornata tra poco le monache suoneranno l’angelus non c’è nessuno che vada a disturbare i loro sonni se non qualche prete per le funzioni della notte la sveglia di quelli accanto al primo chicchirichì si fa uscire il cervello di far fracasso un po’ se riesco ad addormentarmi 1 2 3 4 5…»

Il ricordo di Ulisse nella letteratura italiana. Umberto Saba e Primo Levi

Nella poesia “Ulisse”, inserita nella raccolta Mediterranee del 1946, il poeta triestino Umberto Saba accosta il proprio viaggio esistenziale a quello dell’eroe. In una natura  incontaminata, in un mare dove «isolotti  a fior d’onda emergono  belli come smeraldi», lo spirito indomito del poeta cerca il suo regno dove trionfa la libertà,  dove l’odissea marina si fonda con l’odissea dell’anima.

Infine non possiamo non ricordare, a cento anni dalla nascita, lo scrittore torinese Primo Levi per il quale, nell’estrema degradazione provocata dalla terrificante esperienza del Lager, l’aggrapparsi al ricordo letterario esprime il disperato tentativo di salvare qualcosa di umano. Nel cap. XI di “Se questo è un uomo”  il ricordo letterario dantesco giunge a salvare l’uomo e a restituirgli, anche se solo per poco, la sua dignità:

«Fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza»

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