Ulisse “il Furbetto del Cavallino”. Un Mito su cui ironizzare

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Ulisse Odisseo, un mito da ridimensionare. I lati oscuri del mito
Ulisse e Nausicaa di Jean Alfred Marioton

Odisseo, re di Itaca, figlio di Laerte e di Anticlea, dai romani chiamato Ulisse, famoso per la sua astuzia e la sua forza, si può davvero considerare un eroe positivo? Già ammirato e lodato da Atena, grazie all’aedo Omero, è divenuto il modello classico dell’uomo coraggioso votato all’avventura, l’uomo dall’agile mente (polumetis) e dal proteiforme ingegno (polutropos). Ma siamo proprio sicuri  che le cose stanno così o il personaggio è stato un po’ sopravvalutato?

Illustri e mitici heaters. Chi era realmente Ulisse?

Intanto cominciamo col ricordare che il prode Achille, ai versi 395-203 dell'”Iliade”, dice testualmente «odio quanto le porte dell’Inferno chi pensa una cosa e ne dice un’altra». E non è solo al  furioso pelide che il più bugiardo degli Achei sta sullo stomaco.

 Nel canto XI dell’ Odissea, il fiero Aiace Telamonio usa parole di disprezzo per questo “furbetto del cavallino” che ha osato prendersi l’armatura d’Achille, morto in seguito ad una banale… tallonite. Il povero Aiace se la prende tanto per l’ingiustizia subita -quel trofeo toccava a lui, autentico “coraggioso” DOC-, al punto da dare di matto, fare una strage vaccina, e infine suicidarsi infilzandosi sulla spada del prode Ettore conficcata in terra dalla parte dell’elsa.

Anche Padre Dante non si fa abbindolare dall’aura di vaga simpatia che avvolge l’itacese. Infatti, a ragione, lo colloca agli Inferi nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio, tra i consiglieri fraudolenti, assieme al suo sodale Diomede, re di Argo, compagno di merende e di misfatti vari.  -I due compari, grazie ad una spiata dell’indovino Calcante, rapirono il giovane Achille dall’isola di Sciro, dove mamma Teti lo aveva nascosto per non farlo andare in guerra. Furono loro due inoltre a rubare la statua di Pallade (Atena) dalla rocca di Troia e, dulcis in fundo, ad architettare il vile inganno del cavallo di legno-.

Nell’ Inferno (Canto XXVI), sono trasformati in fiamme che camminano, “per la gola del fosso”, senza che se ne possano scorgere le sembianze, proprio come in vita essi celarono le intenzioni malvagie nell’animo, senza farle vedere. Il contrappasso si perfeziona col fatto che le fiamme vaganti terminano con una punta aguzza, come in vita fu appuntita la loro lingua ingannatrice. Anche la letteratura medioevale vede in Odisseo-Ulisse un fior di scaltro mascalzone -così è in “Tale of Troy” e in “Confessio amantis” di Gower-.

Cosa fece Ulisse il Grecian Lover. Svelto in menzogna ed (egoistica) astuzia

La verità è che questo Odisseo era un avventuriero spregiudicato, falso, ambiguo,  profittatore, «con una spiccata propensione a delinquere», come scriverebbero oggi i giudici. Pensate che sposò Penelope “di ripiego”, solo perché la bella Elena aveva rifiutato la sua mano. Fu “grecian lover”da strapazzo: se la fece con Calipso, con Circe e, si sospetta fondatamente, anche con la giovinetta Nausicaa, quella dalle “bianche braccia”. Si mostrò nudo alla ninfa e alle sue amiche allorché queste, su ordine del re Antinoo, andarono da lui per lavarlo e profumarlo.

L’Odissea, lirico affresco d’epopea, è la metafora dell’uomo moderno che cavalca l’avventura, l’allegoria dell’esigenza umana del ritorno (nostos) e del dolore (algia) che provoca appunto… la nostalgia. Ma il suo protagonista Odisseo resta un personaggio equivoco, borderline. È il mentitore per eccellenza, perché eleva la menzogna a sistematico mezzo d’azione.

Nell’Odissea spara bugie a raffica. Mente ai Feaci dicendo che viene da Creta. Poi ancora dice un cumulo di fesserie ad Eumeo, ad Antinoo, a Polifemo, a Penelope, persino al vecchio padre Laerte. Dante definisce Sinone, il falso greco, “spergiuro del cavallo”, ma la definizione si addice, eccome, anche ad Ulisse! Durante le note peripezie narrate da Omero, quel figlio di… Laerte si copre di molte infamie e consuma delitti seriali.

Intanto, quando è ospite dei Lotofagi, di sicuro fuma erba di loto. È responsabile poi della morte di numerosi compagni, ora divorati dai Lestrigoni, ora da Polifemo. In caso di  guai, manda sempre avanti gli altri: lui, il furbetto, se la cava sempre. Allorché Circe decide di trasformare qualche umano in porcello, sceglie i compagni, non il capo! È feroce e disumano nell’accecare il povero Polifemo e anche poco sveglio in quest’occasione, visto che il Ciclope è nientepopodimeno figlio di Poseidone, il re dei mari. E infatti costui lo perseguiterà tutta la vita fino a farlo perire tra i flutti. 

«.e la prora ire in giù, com’ altrui piacque,/ infin che ‘l mar fu sopra noi richiuso»

Se fosse stato davvero scaltro, si sarebbe arruffianato Poseidone, magari sacrificandogli un paio di maiali di Circe!

Che tipo di eroe è Ulisse? La versione 2.0: un gangster d’altri tempi

Quando poi, finalmente fa ritorno a casa, invece di chiamare i gendarmi per far arrestare i famosi Proci, che fa? Una bella mattanza in stile mafioso! Da vero spietato killer (altro che eroe!) compie una strage feroce che non risparmia neppure le ancelle infedeli. Dopo il pluriomicidio premeditato, si mette nel grande letto d’ulivo e fa l’amore con l’avvizzita consorte come se niente fosse, come se avesse la coscienza pulita… E dopo qualche giorno, anziché godersi la vita da impunito malavitoso, se ne riparte verso «l’alto mare aperto» per andare a infilarsi tra le braccia del vendicativo Poseidone.

E questo sarebbe il callido eroe, l’uomo dal “multiforme ingegno”? Lui pensava di «seguir virtude e canoscenza» ma, in vero, visse «come un bruto». Per carità! Allora molto meglio l’Ulisse di James Joyce, quel Leopold Bloom che incarna l’antieroe, così modesto, complessato, debole, uomo-metafora della crisi che attraversa gli albori del Novecento. Leopold, il piccolo borghese antesignano del pensiero debole, primo esempio di quell’ IO che si decostruisce e si disfà in un mare di incertezza e di frustrazioni in «balenanti intervalli di luce e di tenebra». Di questo personaggio e di sua moglie Molly-Penelope, vi parlerò, forse, una prossima volta.

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