“Un condannato a morte” di M. J. de Larra sul diritto di uccidere

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Un condannato a morte. I taglieggiatori di Mariano José de Larra

Mariano José de Larra fu un giornalista e uno scrittore molto attivo della vita politica in Spagna nel XIX secolo. Ma se provassimo a leggere le sue opere ignorando questo dettaglio, troveremmo non poche inquietanti similitudini con la società in cui viviamo. Cosciente di non avere la forza, da solo, per smuovere le ingiustizie del suo tempo, Larra si affida ai suoi articoli e al suo pubblico per svelare ciò che la legge riflette: la volontà di pochi. È quanto si può riscontrare anche nella lettura di “Un condannato a morte” di M. J. de Larra.

«Dovendomi rifugiare nelle tradizioni, la prima idea che mi passa per la mente è che l’abitudine di vivere in esse, e la ripetizione quotidiana delle scene della nostra società ci impedisce molte volte di fermarci anche solo a considerarle, e quasi sempre ce le mostra come cose naturali che in tutta coscienza non dovrebbero sembrarci tali.» –Un condannato a morte. I taglieggiatori

Mariano José de Larra riflette sulla natura della giustizia e delle leggi

Il suo articolo “Un condannato a morte. I taglieggiatori” può a primo impatto sembrare nei contenuti una delle tante prese di posizione sopra un tema molto discusso e che in alcuni paesi rappresenta ancora una realtà. Il dovere di compiere atti disumani, il potere di togliere la vita a coloro che hanno compiuto gesti sbagliati compiendo a nostra volta un’azione deplorevole. Mariano José de Larra riesce, in poche righe, a catturare l’essenza della barbarie che l’uomo compie contro il suo stesso corpo, affidando a una giustizia divina e crudele il giudizio della propria anima.

Naturalmente esistono molte differenze tra i crimini della società di ieri e oggi, ma la morale dell’opera è molto più profonda e scava al di là delle ragioni dell’atto, sviscera il nostro senso di giustizia e di società, il diritto stesso di decisione della moltitudine, per un perverso senso di vendetta, contro coloro che non rispettano le regole imposte. Regole che in un dato momento rappresentano la realtà, ma che il giorno dopo vengono cambiate, disfatte, riformate. E allora i peccatori non sono più tali, e gli innocenti diventano fautori di crimini nei confronti della nuova legge, i ribelli sono i conservatori e chi è ai vertici più alti resta sempre al di sopra dell’uguaglianza della giustizia divina.

“Un condannato a morte. I taglieggiatori”: i diritti della società e del singolo uomo

La società, descrive Mariano José de Larra, quindi non è altro che un corpo privato dei suoi membri, non si rende conto di essere mutilato, rotto. Non ha una testa, la nobiltà e il clero, che sono immuni alle fatiche di tutti; non ha una spada, l’esercito; non ha un corpo, il popolo e non ha un’anima, poiché non ha coscienza della sua interezza. Non sogna di redimere, ma è attirato da una forza sconosciuta alla punizione, assetato di sangue e violenza; e non si rende conto dei suoi piedi, il rango più infimo di un popolo, a cui spetterebbe dare la direzione e guidare, e invece paga una tassa di sangue.

«-Fino a che punto la società ha dei diritti su di me? Non so se la vita è mia; uomini dotti hanno detto che la vita non è mia, e che secondo la religione non ne posso disporre; ma se non è nemmeno mia, come può essere tua? E se è più tua che mia, in cosa posso offendere la società se ne dispongo, come fa un altro uomo con la sua, di comune accordo, senza che ci sia danno per un terzo e senza mettere nessuno nelle nostre questioni? […]
-Un giorno, mio taglieggiatore, avrai ragione. Ma per il momento ti impiccherò, perché non è arrivato il giorno in cui avrai ragione» – Un condannato a morte. I taglieggiatori

E così, tra una moltitudine di gente in piazza, la condanna arriva a compimento nell’ora fatidica e la marcia funebre inizia. Finestre e balconi sono coronati di spettatori, il popolo intero si accalca nelle strade, divorano con occhi avidi gli ultimi momenti del prigioniero, ogni sua espressione, sperano di nutrirsi di un dolore che oramai non gli è più concesso.

La giustizia corrotta dal diritto del più forte

Un misto di voci si alza, si chiede chi è quest’uomo, perché lo stanno condannando, qualcuno esclama che se l’è meritato. Uno straniero chiede ingenuamente il motivo di tanta calca in strada. Voci vive, di persone che seguiteranno a vivere anche l’indomani, mentre le lancette avanzano, le campane suonano, e ciò che c’era un momento prima non c’è più.

Non si ha tanto da discutere, secondo Mariano José de Larra, se la società abbia o no il diritto di auto mutilarsi, perché sarà sempre il diritto dei più forti. L’uomo non si ritiene un essere perfetto se durante la sua vita non guadagna il diritto di uccidere. Ma dato che il tempo inesorabilmente passa, non erano ancora le dodici e undici minuti che già era giunta la catastrofe, l’uomo aveva già smesso di esistere. Ecco espiata la colpa del condannato, magari per aver ucciso qualcuno; la società si è fatta giustizia uccidendone un altro, lo stesso crimine pagato due volte. Ma va bene così, ora il popolo è soddisfatto: ora un uomo ha smesso di vivere.

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