UniMusic Festival. Intervista a Gaetano Russo, direttore artistico

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UniMusic Festival. Intervista a Gaetano Russo

Il Festival UniMusic è un dono di musica per tutti gli animi pronti ad accoglierla. Confermato per la sua seconda edizione, vede la collaborazione della Nuova Orchestra Scarlatti e dell’Università Federico II di Napoli. Le location nel centro storico di Napoli sono diverse, ma sempre luoghi fortemente suggestivi per poter coniugare ed amplificare al meglio la bellezza dell’arte nelle sue diverse declinazioni: musicale, artistica e architettonica. Spiccano gli omaggi ad Ennio Morricone e a Beethoven, ma l’intera programmazione è frutto di un’attenta analisi ed è spinta dall’eterno amore per la musica classica, al di là dei confini temporali. Ne abbiamo parlato con Gaetano Russo, il direttore artistico del Festival, incuriositi dalle scelte musicali e dalla “vita” che la musica classica sta svolgendo sul territorio di questi tempi.

UniMusic Festival. Intervista a Gaetano Russo

L’UniMusic Festival nasce da una collaborazione tra la Nuova Orchestra Scarlatti e l’Università Federico II di Napoli. Com’è nato questo sodalizio e qual è stato il terreno comune di queste due realtà?

Il sodalizio è nato nel 2014, proprio sulla base di un terreno comune tra Università e Orchestra che è stato quello dei giovani: dei giovani e della cura della loro crescita e formazione umana, culturale e professionale. Molti giovani musicisti sono e saranno certamente allievi non solo del Conservatorio (con cui è anche in corso una collaborazione), ma anche dell’Università. Il sodalizio nasce per portare all’interno degli spazi universitari un’Orchestra che intende aprire tutta la sua attività, le sue prove e suoi concerti, a tutto il mondo universitario: allievi, docenti e personale. C’è pure la speranza che nel giro di pochi anni possa aggiungersi all’Orchestra un Ensemble formato da allievi e docenti universitari; e infatti è in cantiere la nascita dell’Ensemble per Federico, sempre a cura  della Nuova Orchestra Scarlatti.

Il cartellone è fitto e vario, si omaggiano i classici, ma ogni tanto compare qualche richiamo alla modernità. Qual è il fil rouge nella scelta delle proposte musicali?

Potremmo dire la varietà, con una costante: la grande musica per tutti (senza steccati di genere e di epoche). Gli omaggi a Beethoven nel 250esimo anno dalla nascita e a Morricone a due mesi dalla scomparsa ne sono l’esempio più chiaro, come anche ritrovare in cartellone prima le Stagioni di Vivaldi e poi le Estaciones  di Piazzolla. Un filo conduttore nei nostri programmi in genere, ed anche in questo Festival, è lo star bene con la musica che proponiamo: star bene insieme, esecutori e pubblico, nella gioia condivisa del fare  musica.

La nostra vuole essere, per così dire ‘musica del benessere’, in questa occasione non solo fisico, ma anche mentale. Intendo dire che i programmi sono concepiti per permettere al pubblico di godere al momento di ciò che ascolta, ma anche per spingerli alla riflessione attraverso la bellezza, il valore dei brani proposti e, in molti casi, attraverso la loro struttura compositiva: una vera e propria ‘architettura’ non solo da ammirare ma anche da studiare. 

Come direttore artistico in quale parte dell’organizzazione del festival sente di aver lasciato maggiormente la sua impronta?

Soprattutto con il concerto inaugurale,  in cui 110 giovani si sono confrontati con pagine di grandi compositori da Beethoven a Berlioz a Morricone ed altro: un programma in cui era presente il futuro sia dei giovani, sia della musica. E quando parlo di musica mi riferisco, come dicevo prima, alla grande musica, cioè a quella –  sia essa una Sinfonia o la colonna sonora di un film, non importa –  che dietro l’emozione e il coinvolgimento del momento celi un pensiero, una forma, una struttura compositiva autentici.

In mancanza di un’Orchestra stabile a Napoli, per il festival è stata fondamentale la collaborazione con la Nuova Orchestra Scarlatti. Può parlarci di questa mancanza artistica sul territorio?

Napoli che è stata per secoli, non dimentichiamolo, una delle capitali mondiali della musica, tappa obbligata per la formazione di ogni grande musicista, dai Fiamminghi del ‘400 a Mozart, è l’unica grande città italiana ed europea ad essere priva di un’Orchestra sinfonica stabile; una cosa che quando ne parliamo con i nostri colleghi in giro per il mondo ci guardano increduli (non ci credono!). Pensate, tanto per fare un esempio, che solo a Monaco di Baviera (che non è Vienna o Parigi) ci sono ben 7 grandi orchestre stabili!  Nei suoi ormai 27 anni di vita la Nuova Orchestra Scarlatti ha colmato di fatto questo vuoto istituzionale con una presenza costante e diffusa sul nostro territorio e con numerose proiezioni nazionali e internazionali, da Berlino a Pechino, anche in occasioni di rappresentanza ufficiale della cultura italiana nel mondo.

Noi continuiamo – con pochissimi mezzi e tantissime difficoltà – il nostro impegno, la nostra battaglia perché le Istituzioni locali e nazionali diano una risposta al problema. Non lo facciamo per noi, ma per il futuro della nostra città e soprattutto di quei 110 giovani dell’Orchestra Scarlatti Junior (e i tanti altri come loro), perché non siano costretti, come molti altri talenti prima di loro, a cercare altrove la loro realizzazione artistica e professionale. Non a caso nel nostro Festival quest’anno ospitiamo solisti affermati in campo internazionale di origine campana: non le chiamiamo ‘eccellenze di ritorno’, che sarebbero ben  felici di poter avere più occasioni di suonare nella loro terra. Anche questo è un segnale che lanciamo (da 27 anni) alle Istituzioni e a quanti abbiano orecchie per intendere.

La scelta delle location suggella un connubio nel nome dell’arte. Quanto peso ha, secondo lei, la scelta del luogo per l’esibizione nella performance complessiva?

Un peso fondamentale: da una parte naturalmente, luoghi deputati alla musica, come un auditorium o un teatro lirico, sono ideali per la migliore resa tecnica della qualità dell’esecuzione e dell’ascolto; d’altro canto luoghi accoglienti non nati per la musica ma di grande richiamo storico-artistico possono diventare anche loro, con qualche accorgimento tecnico negli allestimenti, location ideali, con il valore aggiunto della loro bellezza che si unisce alla bellezza della musica, come ad esempio, nel nostro caso, il monumentale Cortile delle Statue dell’Università Federico II, magnifica cornice di alcuni degli appuntamenti clou dell’UniMusic Festival 2020.     

Cosa pensa dello spazio che occupa (o non occupa?) la musica classica sul territorio partenopeo?

A Napoli abbiamo uno dei massimi luoghi della lirica, Il Teatro San Carlo, abbiamo un Conservatorio che eredita la tradizione dei Conservatori più antichi d’Europa, abbiamo altre realtà che fanno attività concertistica e cameristica, ma tutto questo patrimonio rischia di dissolversi insieme al suo pubblico nel giro di una generazione se, come dicevo prima, le Istituzioni non riconoscono e sostengono quelle realtà, in primis un’Orchestra sinfonica, che sono lo strumento indispensabile per  rilanciare la cultura e la fruizione della musica e darle un futuro sul nostro territorio, diffondendola  ben al di là dei circuiti tradizionali classici, ormai in via di estinzione. Voglio ricordare che l’Orchestra è l’esempio concreto di una società coesa, e proprio per questo le vere Amministrazioni dovrebbero obbligatoriamente garantirne la presenza (i Tedeschi, e non solo, ne sanno qualcosa!). 

L’Orchestra può esistere solo se sono garantiti da ciascuno dei suoi componenti rispetto, ascolto reciproco, sacrificio degli individualismi, e tante altre regole obbligate, tutte a favore del risultato comune: risultato che porta alla gioia di tutti e non solo di pochi. 

Una piccola confidenza. Quale degli appuntamenti in programma è da lei più atteso e perchè?

Voglio fare una premessa per me essenziale: ricordare a tutti che prima di essere un direttore artistico sono sostanzialmente un musicista attivo, un concertista, che vive ogni appuntamento in programma ‘dall’interno’ (come l’acqua nel fiume in piena). E perciò potrei rispondere che il programma più atteso è sempre il prossimo.   

Certo, il concerto inaugurale della Scarlatti Junior del 12 settembre scorso, esito di un nostro  personale impegno  quotidiano nella formazione delle ragazze e dei ragazzi, mi ha coinvolto intellettualmente, artisticamente, emotivamente, a 360 gradi, come organizzatore, docente, direttore, e il successo e l’entusiasmo della serata, devo dire, hanno ripagato ampiamente la fatica e l’attesa. Così come sicuramente attendo particolarmente, tra gli altri appuntamenti, quello conclusivo del Festival del 30 settembre al Cortile delle Statue dove celebreremo Beethoven con grandi pagine sinfoniche e corali, che molto hanno a che fare con la Gioia.   

La ringrazio per il tempo che ci ha dedicato. Buona giornata

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