Vincent van Gogh. Una vita alla ricerca di sè e della sua arte

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Autoritratto di Vincent van Gogh 1889
Autoritratto 1889

L’arte di Vincent van Gogh ha anticipato la corrente novecentesca dell’espressionismo in quanto quasi sempre rappresenta il disagio interiore e la solitudine dell’uomo nella società di massa, privilegiando appunto la soggettività dell’individuo. Del resto la stessa esistenza dell’artista è stata molto tormentata a causa di una malattia mentale che purtroppo lo condizionerà per tutta la vita e che lo porterà a morire suicida il 29 luglio 1890, esattamente 130 anni fa.

Vincent van Gogh. Una vita per l’arte

Di nascita olandese, Vincent van Gogh era figlio di un pastore protestante. Lui stesso provò ad intraprendere la strada paterna, ma venne subito sospeso dal primo incarico svolto tra le miniere della Mons, in Belgio. Dopo quest’esperienza, però, cominciò a disegnare con assiduità. Si trasferì a Bruxelles, dove abitava il fratello Theo, e qui prese lezioni di disegno e anatomia. Nel 1881 cominciò a praticare l’olio su tela. Le prime opere, in cui appare evidente l’influsso dell’artista realista Millet, rappresentano soprattutto temi sociali come accade ne “I mangiatori di patate” del 1885. Si tratta di quadri in cui dominano atmosfere cupe e scure rese tali soprattutto dall’uso dei colori.

Nel 1886, però, arrivò a Parigi. Qui rimase colpito dalle opere degli impressionisti e da quelle di Paul Gauguin. Ciò portò ad un cambiamento molto importante in quanto cominciò a prediligere i colori chiari, in particolare usava molto i contrasti tra i colori complementari, ma soprattutto la sua arte cominciò ad esprimere l’incontro tra l’emotività dell’individuo e la realtà in cui si ritrova a vivere. È frequente l’uso della prospettiva, ma si tratta di una prospettiva piatta ripresa direttamente dalle stampe giapponesi molto amate da van Gogh. Non a caso ne collezionava moltissime e spesso nelle sue opere riproduceva fiori e alberi presenti nel mondo nipponico, sicuramente l’opera “Iris” del 1890 è una delle maggiori debitrici dell’arte giapponese.

Nel 1888 si era trasferito ad Arles, nel sud della Francia, nella famosa casa gialla in cui sperava di essere finalmente felice e che dipinse proprio nello stesso anno. L’anno successivo, invece, riprodusse la sua stanza nell’opera appunto intitolata “La camera del’artista ad Arles”. A proposito dei colori chiari utilizzati, dichiarò di aver voluto riprodurre il riposo mentale a testimonianza della tranquillità di cui era sempre alla ricerca.  Voleva che la casa divenisse un punto di incontro per tutti gli artisti del tempo. Invitò Gauguin a convivere con lui. Gauguin accettò, ma la convivenza durò appena due mesi: i due artisti, soprattutto a causa del carattere irascibile di Vincent van Gogh, litigarono continuamente. Van Gogh non riteneva ammissibili alcune caratteristiche della pittura di Gauguin – quali il simbolismo, i contorni neri e le pennellate piatte  -. Non si limitava soltanto ad esporre le proprie idee, ma diventava addirittura fanatico. Del resto, in precedenza, nemmeno il fratello Theo era più riuscito a rimanergli accanto e il loro rapporto diventerà prevalentemente di tipo epistolare. Si pensi che molto presto lo stesso van Gogh dovette lasciare Arles, perchè la gente del luogo aveva molta paura dei suoi eccessi e le autorità decisero di allontanarlo.

A passeggio tra le opere degli ultimi anni

Nelle ultime opere, forse anche le più famose, diventa prevalente il pensiero di Dio. Nei “Girasoli” (1888) i fiori simboleggiano gli stessi uomini: entrambi non hanno alcuna certezza se non quella di rivolgersi direttamente a Dio. Nella resa del vaso e dello sfondo viene utilizzata la tecnica definita a cellette ripresa direttamente dalle vetrate delle Chiese. Ne “La Chiesa di Auvers” (1890) le pennellate scisse e labirintiche indicano l’agitazione dell’uomo e si contrappongono nettamente alla resa del cielo che esprime un forte senso di calma e pace richiamando quindi, anche in questo caso, la grandezza di Dio.

Anche in una delle opere più famose dell’artista, “La notte stellata” del 1889, tutto è reso con dei vortici contorti che esprimono terrore; la sola eccezione è rappresentata dalle stelle e dalla luna. Bisogna ricordare che l’artista dipinge questi soggetti senza mai perdere di vista la loro essenza reale, ma lui stesso asserì che li interpretava a modo suo. La pittura di Vincent van Gogh viene influenzata dal suo credo soggettivo. I vortici presenti nelle ultime opere rispecchiano il disordine mentale che purtroppo lo porterà a togliersi la vita.

Autoritratti di Vincent van Gogh

Senza alcun dubbio, però, sono gli autoritratti a descrivere meglio il modo in cui van Gogh ha concepito la sua pittura. Secondo lui l’artista è marginale rispetto alla società che lo circonda al punto da non esservi integrato, eppure proprio per tale motivo è in grado di poter vedere molto più lontano rispetto ad un altro individuo. Van Gogh ha dipinto spesso sé stesso in quanto si considera centrale all’interno dell’opera d’arte.

Tra i diversi autoritratti ricordiamo “Autoritratto dedicato a Paul Gauguin” del 1888 e “Autoritratto” del 1889. Quando dipinge il primo, l’artista è convinto di dover attuare una missione salvifica come sacerdote di una nuova comunità di artisti. Infatti l’autoritratto è stato reso con pochi capelli ad indicare la semplicità monacale, lo sfondo verde invece ancora una volta richiama le amate stampe giapponesi. Nel secondo autoritratto, invece, fondo e giacca appaiono dello stesso colore e quasi si confondono, inoltre lo sfondo segue un andamento turbinoso, privo di regole, quasi a richiamare lo smarrimento del pittore che si sente sempre più incompreso dalla realtà che lo circonda. Per l’appunto gli autoritratti raffigurano Vincent van Gogh come un individuo dalla personalità multipla. Una volta è un uomo che ha piena coscienza di sé e si pone come guida dell’umanità, subito dopo è un uomo incompreso e pieno di paure.

Autoritratto dedicato a Paul Gauguin di Vincent van Gogh
Autoritratto dedicato a Paul Gauguin
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