Wish you were here dei Pink Floyd. Assenza e grande Domanda

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"Wish you were here" dei Pink Floyd

Un giro di accordi semplice ma sicuramente magico, che ha fatto sognare migliaia di appassionati del rock e della musica in generale. È così che si apre “Wish you were here” dei Pink Floyd, uno dei loro brani più ascoltati, scritto a quattro mani da Roger Waters e David Gilmour, partendo da un riff di chitarra ideato da quest’ultimo, diventato subito un classico. Sono diverse le storie dietro la genesi di questo album, svariate le ispirazioni e i riferimenti.

“Wish you were here”  dei Pink Floyd. La solitudine del successo

Questa perla rara è la terza traccia dell’omonimo album pubblicato nel settembre del 1975: un album sofferto, ma che rappresenta anche la consacrazione del gruppo e il loro spessore musicale. Il successo ottenuto dal precedente “The Dark Side Of The Moon” aveva portato il gruppo sul tetto del mondo, ma tutto ciò trasmetteva alla band un senso di inquietudine, alienazione e tristezza. Infatti, secondo una delle lapidarie affermazioni di Roger: «Il successo non ti rende felice, ma ti allontana dalla società». E quando i Pink Floyd iniziarono a lavorare al nuovo disco negli studi di registrazione, lo fecero in maniera stanca ed annoiata, nessuno voleva essere realmente lì.

Il titolo è di per sé un paradosso, perché evoca un desiderio di unione, di vicinanza, ma in realtà l’album è l’elogio dell’assenza. Infatti la frase scelta dal grafico Thorgerson, sembra quasi una provocazione e trae spunto dalle cartoline spedite dai luoghi di vacanza che recano scritte simili. Le persone le comprano e inviano, ma non è detto che a tale gesto corrisponda una reale necessità psicologica, perchè spesso si può anche non avvertire la mancanza di una persona, ma solo fingere di provarla. Tale sensazione era avvertita dalla band, e Roger Waters in un’intervista rilasciata nel 1993 lo dice chiaramente.

«La cosa interessante è che quando finalmente fu realizzato “Wish You Were Here” non eravamo realmente in contatto tra di noi, perciò il disco riguarda il fatto che nessuno di noi fosse là, o il fatto di esserlo in modo marginale. La sua diversità deriva da questo, infatti (…) la maggior parte di noi non desiderava essere là, ma in un latro posto

L’assenza-presenza di Syd Barrett

“Wish you were here” dei Pink Floyd può anche essere visto come un viaggio nell’inconscio, ispirato probabilmente dai disturbi mentali di Syd Barrett, il leader originale dei Pink Floyd, che pian piano si lasciò andare al turbine delle dipendenze diventando inaffidabile e incapace di tener fede agli impegni della band. Proprio per questo ad un certo punto venne cacciato dal gruppo e sostituito da David Gilmour. Ma nel 1975, proprio durante le sessioni di “Shine on you crazy diamond”, la traccia di apertura dell’album, uno strano tipo si presentò negli studi di registrazione. Era proprio Syd, ingrassato, rapato, alienato e poco lucido. Ascoltò la canzone e poi se ne andò, senza farsi più né vedere né sentire. Difronte a tutte queste premesse, per i fan fu naturale associare l’album e in particolare il brano “Wish You Were Here” a Barrett, anche perché nel 2005 quando i Pink Floyd tornarono ad esibirsi assieme al Live8, Roger Waters dal palco dedicò proprio a Barrett l’esecuzione del brano.

«Lo stiamo facendo per tutti quelli che non sono qui, ma ovviamente in particolare per Syd.»

“Wish you were here” dei Pink Floyd ci pone la grande Domanda

Il testo, meritevole appunto di approfondita analisi, solitamente viene diviso in 3 parti. Le prime due caratterizzate da un’incalzante serie di domande e l’ultima interpretata come la risposta a tutti i quesiti precedenti. Le domande della prima strofa si riferiscono alla capacità di distinguere tra il bene e il male e alla difficoltà di interpretare cosa realmente ci sia dentro le persone con cui ci relazioniamo, facendo riferimento anche alla copertina dell’album. Quelle della seconda invece sono relative alle azioni come conseguenza di una risposta negativa alla prima parte del testo. Interpretando male gli altri, potremmo cambiare i nostri eroi per dei fantasmi, perdere così persone autentiche in favore di persone false. Ma i Pink Floyd non si limitano, e negli ultimi due versi forse ci lanciano la Domanda delle domande.

«Una passeggiata nella guerra per un ruolo da protagonista in una gabbia?»

Preferiamo avere un piccolo ruolo nel mondo reale ed infinito, oppure una parte da protagonisti nella nostra gabbia, nel nostro mondo costruito. Con questa frase di una schiettezza devastante, volevano forse indurci a riflettere su quanto risulti finto e costruito il mondo, la gabbia in cui è rimasto alienato l’uomo contemporaneo. Roger Waters nel documentario “Pink Floyd: The Story Of Wish You Were Here” ha spiegato l’essenza del brano.

«Puoi liberarti abbastanza da poter sperimentare la realtà della vita mentre procede davanti a te e con te e mentre vai avanti come parte di essa? O no? Perché se non ci riesci, rimani al punto di partenza fino alla morte.»

Alla fine della guerra I wish you were here

Nell’ultima strofa che inizia proprio con “How i wish, how i wish you were here”, i contrasti finiscono e il “vorrei che tu fossi qui” è percepito più dal punto di vista emotivo che fisico, cioè come la volontà di capire e condividere uno stato interiore. E il modo in cui descrivono questa sensazione è davvero inarrivabile. L’immagine è quella di due anime che nuotano in una boccia per pesci, che corrono sulla stessa vecchia terra anno dopo anno e le uniche cose che trovano sono le stesse, vecchie paure. È la descrizione di due persone che, pur essendo infinitamente vicine, si ritrovano poi lontane. L’unica cosa che resta loro è la volontà di far capire e vedere cosa hanno dentro, ma facendolo rischiano di trovare solo vecchie e radicate paure, tornando così al punto di partenza, come se fossero in un circolo vizioso. E alla fine la canzone si conclude con lo stesso verso con cui si apre la terza strofa – “Wish you were here” – questa volta detto come un sospiro, forse quasi con un’intonazione liberatoria.

“Wish you were here” dei Pink Floyd è alla fine una poesia nostalgica velata di tristezza che sembra essere scritta per tutti quelli che si sono perduti inseguendo sogni ed eroi effimeri. Nonostante tutto ciò, riesce a dare una sorta di speranza. Ognuno di noi può interpretarla in tanti modi diversi, come inno alla vita o come canzone per un amico perduto, come lamento, speranza, o preghiera, desiderio, perché è un brano universale nonostante l’ingombrante domanda di Waters sulla capacità di andare avanti con la nostra vita.

Un brano sull’incapacità di vivere

Viene eseguita live per la prima volta nel 1977, fu un colpo di fulmine per tutti quei fortunati che l’ascoltarono. Per dieci anni non fu più eseguita, nel 1987 fu ripresa e mai più abbandonata.

La canzone inizia con dei suoni confusi, c’è qualcuno che sta cambiando frequenza alla radio nel tentativo di trovare la stazione giusta – la radio tra l’altro era proprio lo stereo della macchina di Gilmour -. Si percepiscono distintamente il passaggio di una commedia radiofonica e un accenno della quarta sinfonia di Čajkovskij. Infine si trova una stazione in cui una chitarra acustica suona qualche accordo. Il suono è ancora disturbato, ma poco dopo si aggiungono gli accordi di un’altra chitarra limpidi e forti: è la chitarra a dodici corde dello stesso Gilmour.

È un pezzo talmente tanto conosciuto che potremmo darlo quasi per scontato, rischiamo infatti di ascoltarlo solo per sbaglio, perché ne conosciamo a menadito musica e testo. Ma questo ascolto distratto e abituale, ne potrebbe sminuire il significato. “Wish you were here”, contrariamente a quanto si pensi, non è una canzone d’amore nel senso canonico del termine, ma può essere considerato quasi un trattato di psicologia. È una canzone di forti contrasti: il vecchio e il nuovo, il bene e il male, l’azione e l’inerzia, la presenza e l’assenza.

Ma quindi chi è il vero destinatario della canzone?

Quasi sicuramente il primo destinatario, è Syd Barrett, perso nel suo mondo e nella sua follia, incapace di distinguere, «il paradiso dall’inferno, i cieli azzurri dal dolore, un sorriso da un velo, un prato verde da un freddo binario d’acciaio.»

Il secondo destinatario potrebbe essere proprio l’autore della canzone, Roger Waters, che per primo si rese conto che qualcosa dentro di lui si stava rompendo, che non era più la persona sensibile, romantica e idealista, ma una rockstar fredda e insofferente, così spietata da non esitare ad allontanare dalla band un amico fraterno.

La forza evocativa della copertina

Anche la copertina dell’album è molto evocativa: ritrae due uomini in giacca e cravatta in un’asettica stretta di mano. Ma l’immagine è resa surreale dalla loro freddezza e dal fatto che la persona di destra sta bruciando. Le fiamme non rappresentano qualcosa di fisico, ma sono la rappresentazione dello stato interiore in cui si trova quella persona. Possono indicare la sofferenza, la depressione o anche le cattive intenzioni nei confronti del suo compagno. Ma il succo del messaggio è racchiuso nell’uomo a sinistra, con abiti da manager e occhiali da sole. Questo, infatti, in un’apparente assoluta freddezza stringe la mano di un uomo in fiamme ed è come se non si accorgesse di nulla, come se il suo interlocutore fosse perfettamente “normale”. Non si è accorto che, in realtà, chi ha davanti sta bruciando…

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